Teschi e CeppiDiario di bordo
Come se fosse un libro

Capitolo III

La statuetta

Raiden

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Qualcuno aveva tolto la polvere dalle perle.

Raiden se ne accorse prima di riconoscere la statuetta. Erano disposte in una piccola conca di pietra, cinque o sei, diverse per grandezza e colore. Una aveva una screpolatura vicino alla base. Un’altra conservava qualcosa della conchiglia che l’aveva generata, un’increspatura ruvida sul fianco. Nessuna sembrava particolarmente preziosa.

Eppure qualcuno le teneva pulite.

Dietro di lui, i compagni continuavano a esaminare la stanza. C’era un giaciglio d’alghe, qualche oggetto ricavato da conchiglie, cose troppo povere perché valesse la pena portarle via. Avevano aperto una serratura, cercato una chiave e trovato una leva nascosta nella roccia. Raiden si era aspettato un passaggio, forse un’arma. L’alcova era tanto piccola che il suo corpo bastava a nasconderla agli altri.

Il drago sedeva sopra le offerte.

Aveva un corpo lungo, avvolto su se stesso, e la testa rivolta verso chi si avvicinava. L’artigiano aveva cercato di dare movimento ai baffi e alle corna, ma la pietra saponaria si era consumata sulle estremità. Del colore blu rimanevano tracce nelle scanalature delle scaglie, sotto il collo e fra le zampe.

Raiden allungò la mano.

Conosceva quella curva della mascella. Il muso era troppo corto e le corna troppo regolari, ma c’era qualcosa nell’inclinazione della testa che gli fece stringere lo stomaco prima ancora che riuscisse a darle un nome.

«Hai trovato la chiave?»

Non rispose. Sollevò il drago dal ripiano, voltandolo verso la luce.

Shutara.

Gli parve assurdo aver impiegato tanto a riconoscerla. Poi gli parve ancora più assurdo che fosse lì.

«Raiden.»

Adam si era avvicinato. Il suo sguardo passò dalla statuetta al volto del capitano.

«Che cos’è?»

Raiden mosse il pollice lungo il dorso di pietra. Una scaglia era stata incisa più a fondo delle altre; il piccolo difetto gli si fermò sotto l’unghia.

«Mia madre.»

Il rumore nella stanza si spense poco alla volta. Heryck smise di spostare qualcosa vicino al letto. Fulvius si voltò dalla porta, mentre Kenan rimaneva in disparte, con l’espressione chiusa che aveva da quando era tornato dall’incontro con Isabella.

Adam guardò dentro l’alcova.

«Sei sicuro?»

Raiden annuì.

Avrebbe voluto rimetterla subito al suo posto. Avrebbe voluto infilarsela sotto la camicia e portarla lontano da lì. Continuò a tenerla fra le mani, senza fare nessuna delle due cose.

Poco prima avevano trovato i resti di persone divorate. Avevano liberato Mira, visto quello che le avevano fatto alle gambe, ascoltato il racconto delle uova che le venivano portate via. La crudeltà di quel luogo aveva una consistenza precisa: ferro, ossa, carne conservata per il pasto successivo.

In mezzo a tutto questo, qualcuno aveva preparato un altare a sua madre.

«Potrebbero averla rubata,» disse Tristana.

Raiden fissò le perle.

«Qualcuno viene qui.»

«Questo non significa che lei sappia qualcosa.»

Era una cosa ragionevole da dire. Avrebbe voluto che gli bastasse.

Abbassò la statuetta lungo il fianco e si voltò verso il passaggio oltre la stanza. Una tenda di alghe verdi ne copriva l’imboccatura. Dall’altra parte arrivava un rumore lieve e continuo, come acqua agitata con le dita.

«Andiamo.»

Fulvius scostò le alghe con il piatto della lama. Raiden gli passò accanto e si fermò quasi subito.

La caverna era piena di uova.

Si raccoglievano nelle vasche naturali della roccia, grappoli azzurrognoli che tremavano nel movimento dell’acqua. Fra un ammasso e l’altro nuotavano creature minuscole, alcune appena capaci di orientarsi, altre già abbastanza grandi da contendere un pezzetto di cibo alle vicine. La luce si rompeva sulle superfici traslucide, mostrando embrioni ripiegati su se stessi.

Una figura enorme era china accanto alla vasca più lontana.

Raiden vide prima il dorso curvo, poi una mano larga che entrava nell’acqua con una delicatezza inattesa. La vecchia spostò qualcosa fra le uova e lo depose in una cavità separata. Quando sollevò la testa, i suoi occhi lattiginosi cercarono gli intrusi senza riuscire a fermarsi su un volto.

Il bastone appoggiato al suo fianco era di corallo. Cinque punte si aprivano all’estremità.

La chiave.

Heryck la vide nello stesso istante. Raiden gli posò una mano sull’avambraccio.

«Fermo.»

La vecchia rimase immobile, con le dita ancora bagnate sopra la vasca.

«Quanti siete?»

«Sette,» rispose Raiden.

«Non avvicinatevi ai piccoli. Fate tremare l’acqua.»

La sua voce aveva una ruvidezza profonda, consumata da anni che Raiden non avrebbe saputo contare. Una delle creature nella vasca si agitò contro la mano rimasta sospesa. La vecchia la sfiorò e quella tornò a nuotare.

Raiden abbassò gli occhi sulla statuetta.

«L’altare nella stanza accanto è tuo?»

La mano della Matrona si fermò.

«Che cosa avete fatto?»

Nel suo tono era comparsa una durezza che non c’era stata alla domanda sugli intrusi. Raiden guardò il piccolo drago, improvvisamente consapevole di come dovesse apparire: uno straniero armato, entrato in casa sua con qualcosa che le apparteneva.

«Aspetta qui.»

Tornò nell’altra stanza. Nell’alcova era rimasta l’impronta chiara della base. Riposizionò Shutara cercando di far coincidere i bordi, poi corresse l’inclinazione della testa verso l’ingresso.

Solo quando ebbe ritirato la mano riuscì a respirare senza sentire quella stretta nel petto.

La Matrona lo aspettava oltre la tenda.

«L’hai presa tu.»

«Sì.»

«Perché?»

Raiden sentì gli altri dietro di sé. Avrebbe preferito essere solo, e nello stesso momento gli fece paura l’idea di trovarsi lì senza nessuno.

«Volevo guardarla.»

«E adesso?»

«L’ho rimessa a posto.»

La vecchia avanzò appoggiandosi al bastone. Da vicino era ancora più grande. Portava addosso l’odore delle vasche e della roccia umida, e sulla pelle le cicatrici più antiche avevano perso colore. Tese una mano verso di lui, fermandola prima di raggiungerlo.

«Di’ qualcosa.»

«Che cosa vuoi che dica?»

La Matrona inspirò lentamente.

«Ti conosco?»

«Non credo.»

«E allora perché hai quella voce?»

Raiden si accorse di aver stretto i denti.

Lei inclinò la testa, cercando di vederlo meglio.

«Come ti chiami?»

«Raiden.»

La mano sospesa fra loro tremò.

«Il bambino.»

Nessuno parlò.

«Il bambino che aveva trovato.»

Raiden aveva affrontato creature abbastanza grandi da inghiottirlo. Aveva visto uomini morire e impartito ordini che avrebbero potuto farne morire altri. Eppure quelle parole gli fecero venir voglia di arretrare, con un’immediatezza tanto vergognosa da lasciarlo fermo.

«Ti ha parlato di me?»

La vecchia abbassò lentamente la mano.

«Parlava molto di te.»

Raiden guardò le vasche, il bastone, la tenda d’alghe. Cercava qualcosa di ordinario su cui posare gli occhi.

«Che cosa diceva?»

La Matrona ebbe un piccolo movimento della bocca.

«Che eri suo figlio.»

Gli era capitato di raccontarlo. Aveva spiegato chi fosse Shutara, come lo avesse cresciuto, che cosa fosse accaduto quando era scomparsa. A forza di ripeterla, la storia aveva trovato una forma che riusciva a pronunciare.

Non aveva mai sentito qualcun altro dirgliela così.

«La chiamavo mamma.»

Gli uscì prima che potesse decidere se voleva farlo sapere anche agli altri.

La vecchia annuì, come se quella fosse la parte meno sorprendente di tutta la conversazione.

«Lo so.»

La Matrona tornò a sedersi vicino alle uova. Raiden le rimase davanti, mentre i compagni si disponevano lungo il bordo della caverna. Nessuno aveva rimesso via le armi.

«Eravate amiche?» domandò.

«Sì.»

«Da quanto?»

Lei si strofinò lentamente il pollice contro il palmo.

«Abbastanza da non ricordare più quando ho cominciato ad aspettare che tornasse.»

Raiden sentì quella risposta più di quanto avrebbe voluto. Durante le prime notti dopo la scomparsa di Shutara aveva continuato a svegliarsi per ogni mutamento del vento. C’erano rumori che il suo corpo riconosceva prima della mente: il mare spinto verso la riva, qualcosa di grande che si posava, la voce che arrivava da fuori.

Per molto tempo il sonno era stato soltanto un modo per essere sorpreso dalla sua assenza un’altra volta.

«Ti ha dato lei quei poteri?»

La Matrona posò le dita nell’acqua. Una creatura si avvicinò, urtandole un’unghia con il muso.

«La benedizione veniva da Kelizandri. Fu Shutara a portarla. Sono vecchia anche per la mia gente, adesso. Ho curato i figli di quelli che ho visto nascere.»

Raiden guardò il bastone di corallo.

«Anche Kreelot?»

La mano della vecchia rimase nell’acqua.

«Anche lui.»

«Sai che cosa fanno qui?»

La domanda lasciò la caverna senza riparo.

Pathapios si mosse appena, ma Raiden non gli diede il tempo di intervenire.

«Abbiamo trovato una donna alla quale hanno spezzato le gambe. Tengono le sue uova per mangiarle. Ci sono schiavi nelle gallerie e resti di persone fra il cibo. Voglio sapere se lo sai.»

La Matrona ritirò la mano dalla vasca.

«So che cosa è diventato questo posto.»

«E continui a servire Kreelot.»

«Continuo a occuparmi di loro.»

Indicò le uova. Raiden le guardò, irritato dalla facilità con cui quel gesto poteva sembrare una risposta.

«Non basta.»

«Non ho detto che bastasse.»

La vecchia appoggiò entrambi i palmi sulle ginocchia. Le dita si piegavano male.

«Prima del trono riuscivo ancora a parlargli. Si arrabbiava, mi mandava via, poi a volte tornava. Adesso ascolta qualcosa che io non sento. Quando gli porto un ferito vuole sapere se tornerà a combattere. Quando gli parlo dei morti mi dice quello che abbiamo conquistato.»

«Ha preso una pietra.»

«L’ha messa sul trono. Da quando è tornato l’acqua continua a salire.»

Raiden abbassò gli occhi. Una linea scura segnava la roccia sopra le vasche; un’altra, più pallida, passava poco più in basso.

La Matrona seguì il suo sguardo.

«Ho spostato le uova due volte.»

Lui si avvicinò alla parete. La traccia più recente era ancora umida.

Pensò ai villaggi sulle coste, ai moli, alle case costruite abbastanza vicine al mare da sentire le onde sotto il pavimento durante le tempeste. Per Kreelot potevano essere nomi su una mappa. Lì l’acqua aveva già costretto una vecchia a cercare un posto più alto per i piccoli.

«Dobbiamo raggiungerlo,» disse. «Ci serve il tuo bastone.»

La Matrona chiuse la mano sul corallo.

«Non te lo darò.»

Raiden tornò a guardarla.

«Hai appena detto che il trono gli sta distruggendo la mente.»

«E voglio che lo allontaniate da lì. Ma non vi consegnerò la mia chiave per andare a ucciderlo.»

«Non sai che cosa saremo costretti a fare.»

«Per questo te lo sto chiedendo adesso.»

La sua presa sul bastone si era fatta tanto forte da tendere la pelle sulle nocche.

«Se riuscite a sconfiggerlo, risparmiatelo.»

Raiden avrebbe potuto avvicinarsi ancora. Heryck era a pochi passi; Fulvius sorvegliava la galleria. La vecchia non sarebbe riuscita neppure ad alzarsi prima che le prendessero il corallo.

Guardò le sue mani e provò un disgusto improvviso per la facilità con cui aveva calcolato tutto.

«Non posso prometterti che lo salverò.»

«Sei suo figlio.»

La voce di Raiden cambiò.

«Non chiedermelo per questo.»

La Matrona sollevò il volto.

Lui si rese conto di aver parlato troppo forte. Una delle piccole creature aveva cominciato a girare su se stessa nella vasca più vicina.

Attese che rallentasse.

«Se esiste un modo per fermarlo senza ucciderlo, cercherò di vederlo. Ma non lascerò morire i miei per risparmiare lui.»

La vecchia rimase a lungo in silenzio. Poi allentò la presa sul bastone.

«C’è un’altra chiave.»

Adam si avvicinò di un passo.

«Dove?»

«Nelle gallerie. Una chiave antica. Non tutte le cose che Kreelot crede di possedere sono cominciate con lui.»

Indicò la direzione con il mento, spiegando dove avrebbero dovuto cercare. Adam le fece ripetere un tratto del percorso. Raiden ascoltò, costringendosi a fissare ogni indicazione, ma una domanda continuava a tornargli in mente.

Quando gli altri smisero di parlare, la pronunciò.

«Tu c’eri quando è scomparsa?»

La Matrona si voltò verso di lui.

«Ho visto il cielo.»

Raiden si sedette sul bordo di roccia davanti alla vasca. Aveva le gambe stanche; se ne accorse soltanto allora.

«Che cosa hai visto?»

«Le fiamme. Il fumo arrivò fin sopra il mare. Aspettai che passasse, perché lei tornava sempre dopo una tempesta.»

La vecchia abbassò gli occhi bianchi sulle proprie mani.

«Non tornò.»

L’acqua scorreva da una cavità all’altra con un suono sommesso. Raiden sentì Tristana spostarsi dietro di lui, poi fermarsi.

«Io credo che sia ancora viva,» disse.

Non era la prima volta che lo diceva. Quella volta gli costò di più.

«Credo sia prigioniera. Credo che c’entri Aashaq.»

La Matrona pronunciò il nome piano, quasi volesse provarne il peso.

«La rossa.»

Raiden annuì. Cercò nel suo volto una conferma e si odiò un poco per quanto ne aveva bisogno.

«Sai qualcosa?»

«Non quello che vorresti chiedermi.»

La risposta gli tolse le forze più di un rifiuto.

La vecchia attese, poi aggiunse:

«Penso anch’io che sia viva.»

Raiden si passò una mano sulla bocca.

«Perché?»

«Perché continuo ad aspettarla.»

Avrebbe potuto arrabbiarsi. Era una ragione tanto fragile che lui stesso l’aveva respinta centinaia di volte, nelle notti in cui la speranza gli sembrava un modo per rimandare qualcosa che avrebbe dovuto accettare.

Guardò verso la tenda dietro la quale si trovava l’altare.

Le perle erano state pulite.

Qualcuno continuava ad aspettarla anche lì.

La Matrona gli indicò una vasca più grande, separata dalle altre da un bordo basso di roccia.

«Entra nell’acqua. Sei stanco.»

«Dobbiamo andare.»

«Lo vedo. Entra.»

Raiden guardò i compagni. Adam annuì appena.

Si inginocchiò sul bordo e immerse una mano. Il potere era quieto, diffuso nell’acqua, e gli risalì lungo il braccio con una familiarità che gli fece chiudere gli occhi. Gozreh e Kelizandri lasciavano in quel luogo qualcosa che la violenza delle altre stanze non era riuscita a consumare.

Scese nella vasca.

L’acqua gli arrivò alla vita, poi al petto. Si lasciò andare finché gli coprì le orecchie e i rumori della caverna diventarono vibrazioni lontane. Il dolore cominciò ad allentarsi. Aveva continuato a portarlo con sé senza misurarlo, distribuendolo fra le spalle, le gambe, il respiro.

Sotto la superficie aprì gli occhi.

Per un istante gli tornò in mente una sensazione infantile: la certezza che, quando fosse riemerso, qualcuno sarebbe stato lì.

Si concesse quel ricordo per un solo respiro.

Poi tornò verso la luce.

Quando le porte del trono si aprirono, Raiden aveva ancora nelle mani il fresco della vasca.

La chiave di pietra nera venne respinta dalla serratura e cadde con un colpo secco. Oltre la soglia, l’acqua si torceva ai lati di una passerella. Tende d’alghe dorate si sollevavano nel vento prodotto dalla corrente; fra una e l’altra apparivano i gradini, il corallo rosso, le rune accese.

Kreelot sedeva sopra di loro.

Le quattro braccia sembravano disposte per un’immagine sacra. Due tenevano il tridente, le altre riposavano sui braccioli. Gli occhi erano bianchi. Nello schienale brillava la pietra che erano venuti a riprendersi.

Raiden cercò una somiglianza con i piccoli nelle vasche.

La trovò nella forma della bocca e avrebbe preferito non averla vista.

Kreelot li accolse senza alzarsi. La voce riempì la caverna e tornò indietro dall’acqua, più profonda.

«Siete arrivati in fretta.»

Lo sguardo bianco passò sui compagni e si fermò su Kenan.

«Più in fretta di quanto avrei creduto possibile.»

Fulvius avanzò accanto a Raiden.

«Non sei l’unico a conoscere la magia.»

Kreelot mosse una delle mani. L’acqua batté contro la passerella, spruzzando gli stivali del capitano.

«Eppure siete venuti qui. Fino al mio trono.»

Raiden guardò la pietra nello schienale.

«Siamo venuti per quella.»

«Avete attraversato il mio regno per portarmi via ciò che restituisce forza al mare.»

«Abbiamo attraversato stanze piene dei tuoi schiavi.»

Kreelot inclinò il capo.

«Sulla superficie avete trovato un altro nome per chi vi serve?»

Raiden sentì Kenan muoversi dietro di sé.

«Abbiamo trovato i resti di quelli che mangiate.»

«I pesci cane mangiano. Le orche mangiano. Vuoi insegnare al mare quali creature devono nutrirsi e quali devono morire?»

La risposta era pronta, levigata da quante volte doveva essersela ripetuta. Raiden si accorse di cercare ancora il volto della Matrona in quello del sovrano e smise di farlo.

«Ho visto le tue prigioni. Non cercare di convincermi che siano una cosa naturale.»

Kreelot si sporse in avanti. Le rune mandarono un riflesso azzurro sotto la sua mascella.

«Shutara comprendeva il nostro popolo.»

Raiden serrò il bastone.

Alle sue spalle qualcuno trattenne il respiro.

Kreelot se ne accorse.

«Lei ci aiutava. Tua madre sapeva quanto ci era stato tolto. Quando la morte rossa arrivò, fu lei a contenerla.»

Il nome di Shutara sembrava aver cambiato l’aria nella caverna. Raiden sentì la vecchia fame di sapere spingerlo verso i gradini. Bastava una domanda. Poteva chiedergli dove, quando, chi avesse visto l’ultima volta sua madre.

Kreelot lo aspettava.

Dal trono veniva un suono basso e continuo.

Raiden piantò il bastone fra due assi della passerella.

«La tua Matrona sta spostando le uova perché l’acqua sale. Quanti dei tuoi devi perdere prima di essere soddisfatto?»

Una delle mani di Kreelot scivolò sul bracciolo.

«I nostri figli avranno ciò che ci appartiene.»

«Quelli che sopravvivono.»

Il tridente si sollevò appena.

Fulvius si fermò dall’altro lato di Raiden, lasciando spazio sufficiente per estrarre la lama.

«Se vuoi liberarli,» disse, «scendi da lì. Distruggi il trono.»

Kreelot aprì la bocca, ma non rispose subito.

Per la prima volta gli occhi parvero mettere a fuoco qualcosa. Il bianco si ritirò abbastanza da lasciar vedere uno sguardo smarrito, e le quattro braccia persero per un istante quella compostezza innaturale.

«Io non voglio schiavi.»

La frase uscì più bassa.

Raiden avanzò di un passo.

«Allora alzati.»

Dall’alto arrivò la voce di Isabella.

«Padre.»

Kenan sollevò la testa.

Pellepinta era comparsa oltre le alghe, su un passaggio rialzato. Guardava soltanto Kreelot.

«Scendi. Ti prego. Stavi meglio prima. Stavamo meglio quando quella cosa era ancora sul fondo.»

Kreelot girò il volto verso di lei.

Raiden vide le dita aprirsi sul bracciolo. Per un momento pensò che avrebbe cercato un appoggio per alzarsi.

Poi la luce nello schienale aumentò.

La pietra sembrò impallidire, mentre le rune del trono diventavano tanto luminose da costringerlo a socchiudere gli occhi. La mano di Kreelot si richiuse sulla pietra. Quando tornò a guardare Isabella, il bianco gli aveva già invaso le pupille.

«Insolente.»

La parola colpì Raiden con una violenza che nessuna minaccia rivolta a lui aveva avuto.

Isabella rimase dov’era.

Kreelot si levò dal trono. L’acqua salì lungo i sostegni della passerella e cominciò a passare fra le assi.

Seguì un’offerta rivolta a Kenan: portare nei porti la promessa di ciò che sarebbe accaduto, annunciare la resa delle città al regno del mare.

«Andrai a dirglielo,» proclamò Kreelot. «Dirai che possono piegarsi ora, prima che le loro case vengano sommerse. Avrai un posto accanto a mia figlia. Le darai un erede, e regnerete dopo di me.»

Kenan non guardò Isabella.

«No.»

Kreelot rimase immobile. Poi rivolse il tridente verso Raiden.

«Tu sei diverso da loro. Senti quello che sento io. Il mare è nel tuo sangue.»

Raiden sentiva l’acqua bagnargli gli stivali. Sotto il frastuono riusciva a distinguere i movimenti dei compagni: una presa che cambiava sul cuoio, il piccolo urto di un’arma contro una fibbia.

La Matrona gli aveva chiesto di risparmiarlo.

Sua madre aveva conosciuto quell’uomo prima che diventasse ciò che aveva davanti.

Avrebbe voluto parlarle. Anche soltanto per sapere se, al suo posto, lei avrebbe trovato una strada che lui non riusciva a vedere.

«Inginocchiati,» disse Kreelot.

Raiden guardò il bracciolo sul quale la sua mano aveva esitato.

«Puoi ancora scendere.»

Il sovrano serrò il tridente con due braccia. Le altre si aprirono sopra l’acqua.

«Inginocchiati.»

Raiden sfilò il bastone dalla fessura fra le assi.

«No.»

Arretrò quanto bastava per avere i compagni ai lati. Il mare continuava a salire, trascinando frammenti d’alghe attorno ai loro piedi.

Heryck venne a fermarsi alla sua destra.

Raiden sentì il legno della passerella piegarsi sotto il suo peso e, senza distogliere gli occhi da Kreelot, trovò il tempo di esserne grato.

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