Capitolo II
L’occhio nel Diario
Adam
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Nella camera della locanda, Adam mise la perla sul tavolo e la fermò con due dita prima che rotolasse nella fessura fra le assi.
Heryck l’aveva ripescata da un barile, durante uno di quei giochi nei quali si pagava per infilare la mano in qualcosa che non si poteva vedere. Ne erano usciti anche un granato e un pezzo di vetro. Il granato valeva denaro. Il vetro si poteva buttare.
La perla aveva fatto aprire un occhio sulla copertina del diario.
Adam l’aveva staccata quasi subito.
Ora il libro era chiuso davanti a lui, tornato al suo aspetto consueto. Passò il pollice sul punto in cui era comparso l’occhio. La superficie non presentava irregolarità.
Dal corridoio arrivavano le voci dell’oste e di un ospite, che sosteneva di avere già pagato. Si erano fermati poco oltre la sua porta. Adam si alzò a controllare il chiavistello, poi tornò al tavolo.
Adam aprì il diario senza smettere di ascoltare.
Scelse una pagina bianca, intinse la penna e scrisse:
Che cos’è la perla?
Attese.
L’inchiostro perse consistenza sotto i suoi occhi. Le lettere si allargarono, si toccarono e confluirono in una macchia sottile. Poi cominciarono a separarsi.
Riuniscila alla copertina.
Adam appoggiò la penna.
«Perché?» mormorò.
La domanda detta ad alta voce non ottenne risposta.
La scrisse.
Sotto le parole già comparse se ne formarono altre.
E te lo mostrerò.
Adam lesse la frase due volte.
Avrebbe preferito una spiegazione. Una spiegazione si poteva esaminare, confrontare con ciò che sapeva, trovare falsa. Le visioni gli lasciavano addosso la sgradevole sensazione di aver accettato le condizioni prima ancora di conoscerle.
Sollevò la perla.
Era fresca. La fece girare fra pollice e indice, cercando un’imperfezione che gli permettesse di riconoscere il lato che aveva toccato il libro. Non ne trovò.
«Solo per vedere.»
La frase gli sembrò debole appena pronunciata.
Posò la perla sulla copertina aperta.
La superficie nera cedette.
Adam ritirò la mano, ma la perla era già entrata per metà. Attorno le si formò un bordo umido, una piega che si aprì lentamente.
L’occhio lo guardò.
Aveva una pupilla allungata, scura, circondata da un’iride che prese il colore della luce sul tavolo. Adam si chinò appena. L’occhio lo seguì.
L’ospite alzò la voce nel corridoio. Adam girò la testa verso la porta.
Le pagine cominciarono a voltarsi.
Adam fermò il libro ai lati. Sentiva l’aria degli angoli di carta sulle nocche. Il movimento rallentò e si arrestò su due fogli bianchi, molto più avanti.
Comparve una linea.
Si allungò verso il margine, piegò su se stessa, disegnò il profilo di una roccia. Altri tratti vi si aggiunsero: un’insenatura, un’apertura alla base di un faraglione, grandi curve sovrapposte che ricordavano il guscio di una conchiglia.
Il disegno occupò entrambe le pagine.
Adam avvicinò il viso.
L’inchiostro gli schizzò negli occhi.
Fece un passo indietro e sentì l’acqua sotto il tallone.
Allargò le braccia.
Il tavolo era scomparso. Non c’erano pareti, né finestra, né le voci dietro la porta. Davanti a lui si alzava il faraglione del disegno, enorme abbastanza da nascondere una parte del cielo.
Adam rimase immobile.
L’acqua gli lambiva le suole.
Piegò un ginocchio, lentamente, poi si chinò e tese una mano. Le dita penetrarono nella superficie. La sentì fredda, in movimento. Quando le ritirò erano bagnate.
Eppure non affondava.
A qualche decina di passi una figura camminava verso l’apertura nella roccia.
«Aspetta.»
La figura proseguì.
Aveva un mantello scuro, il cappuccio sollevato. I contorni le tremavano addosso; dove il vento avrebbe dovuto muovere il tessuto, piccole strisce nere si staccavano e tornavano a unirsi al corpo.
Adam la seguì.
Al primo passo guardò in basso. Al secondo cercò di non farlo. Dal terzo cominciò a tenere gli occhi sulla schiena dello sconosciuto.
Il faraglione aveva una forma troppo regolare. L’acqua ne aveva consumato la superficie, arrotondato gli spigoli e riempito le fenditure, ma sotto quell’usura rimaneva qualcosa di lavorato. Adam distingueva curve che si ripetevano, raccordi che nessuna frattura avrebbe prodotto.
Qualcuno aveva scolpito una conchiglia nella montagna.
La figura entrò.
Adam accelerò per raggiungerla e si trovò dentro una galleria inclinata, con il rumore del mare ancora alle spalle.
«Puoi sentirmi?»
Lo sconosciuto imboccò una scala.
Non c’era luce sufficiente a vedere i gradini, ma lui scendeva senza esitare. Adam allungò la mano verso la parete per aiutarsi e trovò soltanto il freddo della roccia. Era umida, attraversata da solchi sottili.
Scese.
Dopo la scala venne una rampa. Dopo la rampa, un passaggio tanto stretto da costringerlo a girare le spalle. La figura si calò oltre un dislivello con un movimento rapido e scomparve.
Adam raggiunse il bordo.
Sotto si apriva un salto che non gli piaceva.
Rimase lì per qualche istante, ascoltando.
«Potresti almeno aspettarmi.»
Nessuna risposta.
Si abbassò, cercò un appoggio con il piede e cominciò a scendere.
Gli sembrò di aver camminato per un’ora.
Aveva perso il rumore del mare da molto tempo e questo lo turbava più del buio. Continuava a scendere dentro un’isola, forse sotto il livello dell’acqua, seguendo un uomo di cui non aveva visto il volto.
A ogni svolta si aspettava di trovare la fine.
Quando finalmente la galleria si allargò, la figura era ferma.
Adam le arrivò alle spalle, abbastanza vicino da toccare il mantello.
Lo sconosciuto sollevò una mano.
Nell’aria comparvero piccoli punti luminosi. Adam li scambiò per scintille, poi ne vide uno restare sospeso davanti al proprio naso. Altri si accesero lungo le pareti, mostrando una caverna vasta e una pozza al centro.
L’acqua era nera.
Adam si avvicinò al bordo. Nessuna delle luci vi si rifletteva.
Lo sconosciuto abbassò il cappuccio e si liberò del mantello.
Era giovane.
Questo sorprese Adam. Durante la discesa gli aveva attribuito un’età, un’autorità, forse per il modo in cui si muoveva. Ora vedeva un uomo basso, dal viso ancora giovanile e dalle orecchie lievemente appuntite.
Non seppe dire a quale stirpe appartenesse.
Il giovane si tirò indietro i capelli con una mano e guardò l’acqua.
«Palesati. È qui che dovevamo incontrarci, no?»
La sua voce arrivò nitida nella caverna.
Adam fece un passo di lato per vederlo meglio.
Il giovane attese. Sulla sua cintura pendeva una daga malridotta, con il fodero consumato vicino all’imboccatura. Adam la notò perché la mano del giovane vi era scesa sopra, senza ancora afferrarla.
L’acqua si sollevò.
Non ci furono onde. La superficie cominciò a gonfiarsi al centro, spinta da qualcosa che saliva lentamente.
Adam arretrò.
La massa emersa aveva la forma di una seppia, ma continuava a crescere oltre le dimensioni che la sua mente era disposta ad accettare. Un tentacolo si distese sulla riva della pozza. Un altro raggiunse una sporgenza e vi si appoggiò.
La caverna sembrò diventare troppo piccola.
Poi Adam vide gli occhi.
Erano disseminati sul corpo della creatura, a decine, a centinaia. Alcuni grandi quanto scudi, altri piccoli e infossati nelle pieghe della carne. Le pupille si contraevano a tempi diversi, cercando le luci sospese.
Una dopo l’altra si orientarono verso il giovane.
Adam si accorse di essersi messo dietro di lui.
La creatura parlò.
«Nalt.»
Il nome gli attraversò il petto.
Adam guardò di nuovo il giovane, cercando nel profilo qualcosa che conosceva soltanto da racconti e frammenti. Nalt si era piantato a pochi passi dall’acqua. Aveva le spalle tese.
«Ti ricordi ancora come mi chiamo. Bene.»
Un tentacolo scivolò sulla roccia. Il suono fece arretrare Adam di un altro passo.
«Hai ricevuto ciò che cercavi.»
Nalt non rispose.
«Ti ho mostrato il luogo del trono.»
«Non l’ho trovato.»
Gli occhi si mossero. Adam ebbe la sensazione che la creatura stesse esaminando ogni parte di quel piccolo corpo.
«Non hai osato sederti.»
Nalt serrò la mascella.
«Ti ho detto che non l’ho trovato.»
La pozza si mosse attorno alla massa emersa.
Adam avrebbe voluto vedere il volto della creatura da un’altra angolazione, capire da dove venisse la voce. Ma per farlo avrebbe dovuto avvicinarsi all’acqua, e le sue gambe si rifiutavano.
«La promessa rimane.»
Nalt lasciò andare l’impugnatura della daga.
Quel gesto spaventò Adam più di quando l’aveva visto prepararsi a estrarla.
Il giovane infilò una mano sotto la giacca e tirò fuori un libro.
Adam lo riconobbe.
Si mosse prima di riflettere.
«Fermo.»
Nalt non lo sentì.
Teneva il diario per il dorso, stretto fra le dita. Nell’altra mano aveva qualcosa di sottile, una penna o un frammento d’osso.
«Non voglio più niente da te.»
La creatura rimase immobile.
«Credi di poter scegliere adesso?»
Nalt abbassò lo sguardo sul libro.
Per un momento Adam pensò che avrebbe ceduto. Gli vide il pollice passare sul bordo delle pagine, quasi volesse aprirle ancora una volta.
«Voglio diventare principe,» disse Nalt. «Ma non così.»
Gettò il diario nell’acqua.
Adam tese la mano.
Il libro lo attraversò.
Fu una sensazione breve e sgradevole, come se gli avessero versato acqua fredda dentro il braccio. Vide il dorso girare, le pagine aprirsi un poco prima dell’impatto.
Poi il diario sparì.
Il tentacolo colpì la riva.
Adam si buttò a terra.
La pietra esplose davanti a lui, o almeno gli sembrò di vederla esplodere: schegge e polvere gli attraversarono il viso senza ferirlo.
Nalt era già in movimento.
Scartò di lato, saltò sopra un secondo tentacolo ed estrasse la daga. Adam la vide bene, questa volta: una lama corta, intaccata, con macchie di ruggine vicino alla guardia.
Nalt pronunciò una parola.
La lama si allungò nella sua mano.
Il blu riempì la caverna.
Adam si coprì gli occhi. Fra le dita vide il giovane avanzare, la scimitarra sollevata, mentre gli occhi della creatura si chiudevano a gruppi. Alcuni rimasero aperti abbastanza a lungo da seguire il colpo.
Nalt affondò la lama.
Qualcosa si staccò dal corpo della seppia e cadde sulla pietra.
La creatura si contrasse. L’acqua salì contro la riva, bagnando i piedi del giovane.
L’occhio reciso rotolò verso Adam.
Mentre si muoveva perdeva dimensione, si raccoglieva su se stesso. L’iride scomparve. La superficie divenne liscia, scura.
Una perla.
Nalt la raccolse prima che raggiungesse il bordo.
Respirava a bocca aperta. Aveva un taglio sulla guancia e il sangue gli scendeva verso il mento.
Sollevò la perla.
«Adesso ho qualcosa di tuo per ricordarmi dove sei.»
Gli occhi ancora aperti si fissarono sulla sua mano.
Nalt arretrò di un passo.
«E tu hai qualcosa di mio per ricordarti chi sarò.»
Afferrò il mantello.
Adam si rialzò, cercando di raggiungerlo.
«Aspetta. Il trono—»
Il tessuto passò davanti al viso di Nalt.
La caverna scomparve.
Adam urtò il tavolo con entrambe le ginocchia.
La sedia arretrò stridendo. La penna rotolò fino al bordo e cadde.
Per qualche istante rimase piegato in avanti, le mani aperte sulle pagine. Aveva la bocca piena di saliva e dovette inghiottire più volte.
Dal corridoio arrivò una voce.
«Ve l’ho già detto, ho pagato ieri!»
La discussione davanti alla camera non era finita.
Adam si voltò lentamente verso la porta.
La luce nella stanza non sembrava cambiata.
Guardò le proprie mani. Non c’era acqua. Si passò le dita sul viso, poi le esaminò: pulite.
Il diario era aperto su due pagine bianche.
Adam si chinò a raccogliere la penna. Al primo tentativo la mancò.
Si rimise seduto.
Scrisse troppo forte, incidendo quasi il foglio.
Sei tu la creatura con cui parlava Nalt?
L’inchiostro si mosse.
Non proprio.
Adam fissò la risposta.
«Che cosa significa, non proprio?» sussurrò.
Si costrinse a scriverlo.
Le parole comparvero sotto le precedenti.
Il sigillo era già avvenuto.
Rilesse la frase, cercando di capire a quale parte della domanda avesse risposto.
Poi voltò indietro la copertina.
L’occhio era ancora lì.
Lo guardava dalla stessa posizione in cui lo aveva lasciato.
Adam allungò una mano, fermandosi prima di toccarlo. La perla, nella visione, era stata recisa da quella creatura. Il diario era finito nella pozza prima che accadesse.
Riportò la penna sulla pagina.
Perché vuoi che rimanga qui?
La risposta arrivò più rapidamente.
Perché diventerai più forte.
Adam appoggiò la schiena alla sedia.
Un passo si fermò vicino alla porta. Adam allungò una mano per chiudere il diario e rimase così, con le dita sul bordo della pagina. Temeva di sentire il chiavistello muoversi, o una voce chiamarlo per nome. Aspettò. Il passo riprese e lui tornò a guardare ciò che aveva scritto.
Stavi dando a Nalt quello che dai a me?
Questa volta attese a lungo.
Quando l’inchiostro cominciò a muoversi, Adam si accorse di tenere la penna stretta fino a farsi male.
Nalt era uno strumento.
Sotto apparve una seconda riga.
Tu sarai un discepolo.
Adam posò la penna con attenzione.
Finalmente, le due voci si allontanarono lungo il corridoio.
Che differenza c’è?
Le lettere si formarono una alla volta.
A lui ho dato conoscenza per sovvertire l’ordine delle cose.
Adam lesse fino in fondo prima di passare alla riga successiva.
A te offro di governare ciò che rimarrà.
Rimase immobile.
Poi riprese la penna.
Dopo cosa?
Il foglio non cambiò.
Adam aspettò. Qualcuno bussò alla camera vicina. Lui sollevò gli occhi dal foglio e li tenne sulla porta finché non sentì richiudersi l’altra. Poi abbassò di nuovo la penna.
Dopo cosa? scrisse di nuovo.
Nessuna risposta.
Voltò il libro per guardare l’occhio. La pupilla si adattò al movimento.
Avrebbe potuto provare a estrarre la perla.
Invece tornò alla pagina.
Rimane finché avrò risposte.
Aspettò che l’inchiostro si asciugasse, poi richiuse il diario.
Per qualche momento tenne entrambe le mani sulla copertina. Sentiva il tavolo premere contro le ginocchia, il punto in cui l’aveva urtato. Una sensazione precisa, ordinaria, alla quale si aggrappò finché il respiro non tornò regolare.
Si alzò per controllare la porta.
Aveva già raggiunto il chiavistello quando guardò di nuovo il libro.
Tornò indietro, lo prese e se lo portò dietro.