Capitolo IV
Il bracciale
Heryck
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La mano si aprì con un rumore di ferraglia.
Heryck smise di bere.
Il pirata seduto al tavolo accanto aveva appoggiato il palmo sul legno e ne stava premendo il dorso con il pollice dell’altra mano. Le dita d’ottone si distesero una dopo l’altra. L’ultima rimase piegata.
«Questa,» disse l’uomo, «mi fa sempre dannare.»
La prese fra i denti e tirò.
Heryck abbassò il boccale.
«Non si rompe?»
Il pirata lo guardò. Aveva un sopracciglio tagliato da una cicatrice e una piccola vite stretta fra le labbra.
«Se si rompe, domani mi gratto con l’altra.»
Al suo tavolo risero.
Heryck si sporse per guardare meglio. Sotto il polso c’erano due fasce di cuoio e una piastra modellata attorno al moncone. Un cavetto spariva nella manica. Quando l’uomo muoveva la spalla, qualcosa scattava dentro la mano.
«Ti fa male?»
Il pirata si tolse la vite di bocca.
«Quando qualcuno me la stringe per vedere se sento.»
Heryck ritirò le dita, che aveva già allungato.
Risero di nuovo. Questa volta si unì a loro.
Il Secchio della Sirena era pieno abbastanza da costringere i servitori a passare di traverso fra i tavoli. Una donna portava quattro piatti appoggiati lungo l’avambraccio e insultava chiunque non si spostasse. Il fritto gli aveva lasciato una patina di grasso sulla lingua. Dalla parte opposta della sala qualcuno stava discutendo troppo forte, ma qui gli uomini bevevano senza alzare la voce.
Alcuni avevano mani come quella. Uno teneva una gamba distesa sotto una sedia vuota; l’estremità di metallo aveva consumato una striscia chiara sul pavimento.
Heryck indicò la mano con il boccale.
«Riesci a stringere davvero?»
Il pirata gli mostrò il dito ancora bloccato.
«Fra un momento.»
«Lascialo stare, Venn. Se gliela fai provare, poi la vuole anche lui.»
L’uomo che aveva parlato occupava la sedia in fondo al tavolo. Era largo di spalle, con una barba nella quale si era fermata una briciola. Guardò Heryck, poi la sedia libera.
«Brask Ferrocuore.»
«Heryck.»
«Quello della Scaglia Tempeste.»
Heryck annuì.
Brask spinse la sedia con un piede.
«Siediti. Mi stai facendo venire il torcicollo.»
La mano pesava più di quanto Heryck avesse immaginato.
Venn se l’era sganciata dal braccio e adesso la teneva sul tavolo, aperta, mentre cercava di rimettere la vite nel suo alloggio. Heryck gliela reggeva. L’ottone conservava un poco del calore dell’uomo.
«Come fai a muoverla quando ce l’hai addosso?»
«Male, se continui a girarla.»
Heryck la rimise dritta.
Venn lavorò con la punta di un piccolo attrezzo, la lingua stretta fra i denti.
«Così. Tienila.»
Dall’altro lato del tavolo Brask ordinò un’altra brocca.
Heryck osservò le facce degli uomini seduti con lui. Si era aspettato che il capitano avesse scelto i più forti. A guardarli bene non era così: uno era vecchio, un altro tanto magro che la camicia gli cadeva sulle spalle. La donna alla destra di Brask aveva due dita vere e tre di metallo.
Erano tutti molto attenti a dove mettevano i boccali.
«Dove le fate fare?» chiese.
Brask gli rispose solo dopo aver finito di masticare.
«Abbiamo chi sa metterci mano.»
«Un fabbro?»
«Anche.»
«Un mago?»
«Quello che ti chiede più denaro dei due, di solito.»
Heryck sorrise, ma continuò a guardarlo.
Brask si pulì la barba con il dorso della mano.
«Tecnica sperimentale. Un uomo che lavora per Acaba.»
Il nome non gli chiarì molto. Heryck guardò di nuovo la mano.
«E funziona?»
Venn sollevò gli occhi.
Brask rise dentro il boccale.
«Una domanda ragionevole.»
«Intendo quando serve.»
«Quando serve, preghi che funzioni. Come con le altre.»
Brask indicò le mani di Heryck.
Erano grandi, le nocche segnate e la pelle più chiara attorno alle unghie. Heryck ne girò una, esaminandola per un istante come se non l’avesse mai vista.
Venn gli tolse la protesi dalle dita.
«Adesso guardate.»
Se la fissò al braccio, tirò le cinghie e mosse la spalla. La mano si chiuse.
Poi riaprì tutte le dita.
Gli uomini al tavolo applaudirono con un entusiasmo sproporzionato. Venn fece un inchino da seduto e afferrò il boccale.
Quando Heryck alzò il proprio per brindare, la manica gli scivolò verso il gomito.
Il pirata seduto alla sua sinistra smise di sorridere.
«Fammi vedere.»
Heryck rimase con il boccale sospeso.
«Che cosa?»
L’altro indicò il suo polso.
Heryck posò la birra.
L’uomo non allungò la mano. Aspettò che fosse lui ad avvicinare il braccio.
Aveva la pelle scura, verdastra sotto la luce delle lanterne, e zanne inferiori che gli spingevano il labbro in fuori. Si chinò sul bracciale senza toccarlo.
«Dove l’hai preso?»
Heryck abbassò gli occhi.
Non era la prima volta che qualcuno glielo chiedeva. Di solito volevano sapere se valesse qualcosa.
«Ce l’ho da tanto.»
«L’hai comprato?»
«No.»
Il pirata alzò il viso.
«Gurdian.»
Il nome rimase fra loro.
Heryck ritrasse appena il braccio.
Il rumore della sala continuava a entrargli nelle orecchie, ma aveva smesso di distinguere le conversazioni. Vide un servitore oltrepassare il tavolo con un vassoio vuoto. Una goccia gli cadde sulla spalla. Non si mosse.
«Come lo sai?»
L’uomo indicò il bracciale.
«So come li fanno.»
Heryck lo studiò. Cercò una somiglianza senza sapere con chi confrontarla.
«Tu sei del clan?»
Il pirata appoggiò la schiena alla sedia.
«Lo ero.»
Brask smise di parlare con la donna accanto a lui. Non intervenne.
Heryck si accorse che stava tenendo il bracciale fra pollice e indice. Lo lasciò andare.
«Anch’io.»
L’altro annuì lentamente.
«Me l’ero immaginato.»
«Perché?»
Il pirata guardò di nuovo il polso, poi tornò ai suoi occhi.
«Hai detto che non l’hai comprato.»
Si chiamava il rumore delle posate, dei piatti, delle risate. Heryck provò a concentrarsi su uno di quei suoni per dare il tempo all’uomo di continuare.
L’uomo bevve.
Non sembrava avere intenzione di dire altro.
«Ti ricordi di loro?» chiese Heryck.
Il pirata tenne il boccale contro la bocca ancora per un momento.
«Sì.»
«Da quanto te ne sei andato?»
«Da parecchio.»
Heryck aspettò.
Venn riprese a controllare le dita d’ottone. La donna accanto a Brask raccolse due dadi e li chiuse nel pugno senza lanciarli.
«Io ero piccolo,» disse Heryck.
Il pirata lo guardò meglio.
Heryck si pentì di aver parlato. Non gli piaceva il modo in cui quella frase gli era uscita, quasi fosse una spiegazione dovuta. Cercò la brocca, ma era dall’altra parte del tavolo.
Brask gliela passò.
Heryck si versò da bere troppo in fretta e una parte della birra finì sul legno.
«Mi hanno lasciato,» aggiunse.
Il pirata annuì. Nessuna sorpresa, nessuna domanda.
Quella tranquillità gli fece venire voglia di afferrarlo per la camicia.
«E tu?»
«Anch’io.»
«Per cosa?»
L’uomo sollevò il bordo del tavolo quel tanto che bastava a liberare le ginocchia. Arretrò la sedia.
Sotto i pantaloni, dove Heryck si aspettava di vedere stivali, c’erano due strutture di metallo. Una aveva un’articolazione più larga dell’altra. Le estremità poggiavano sul pavimento con appoggi consumati, riparati più volte.
Heryck le fissò.
«Questo è successo dopo,» disse il pirata.
Si rimise a posto e lasciò ricadere il tavolo.
Una piccola onda attraversò la birra nei boccali.
«Non avevo superato una prova.»
Heryck aspettò il resto. Quando capì che per l’altro quella era già una risposta, chiese:
«Che prova?»
«Una delle loro.»
«E ti hanno fatto questo?»
L’uomo si toccò la coscia, sopra il punto in cui cominciava il metallo.
«Le gambe erano ancora mie, allora.»
Heryck si accorse di avere i denti serrati.
«Te le hanno rotte.»
«Sì.»
La donna lasciò i dadi sul tavolo. Uno rotolò fino al bordo di un piatto.
Il pirata se lo girò fra le dita.
«Mi lasciarono nel Groviglio. Pensavano che non sarei arrivato lontano.»
«Come hai fatto?»
L’uomo alzò una mano.
Heryck vide le cicatrici sul palmo. Ce n’erano altre sulle nocche e lungo il fianco del pollice.
«Non in fretta.»
Heryck si era immaginato spesso un incontro.
Non proprio quello: niente tavoli unti, niente boccale fra le mani, niente Venn che smontava e rimontava un dito per non doverli guardare.
Nelle sue fantasie qualcuno sapeva chi fosse. Gli riconosceva il viso o pronunciava un nome. C’era sempre una ragione da ascoltare, anche cattiva, anche insufficiente.
L’uomo davanti a lui non sapeva nulla.
Aveva visto il bracciale.
«Per quanti giorni?» chiese.
Il pirata guardò Brask.
Il capitano si strofinò la barba.
«Quando l’abbiamo trovato non sapeva più dircelo.»
«Due. Tre,» disse l’uomo. «Non lo so.»
Heryck cercò di figurarselo a terra. Il peso del corpo sulle braccia, le gambe trascinate dietro. Di notte il terreno doveva essere freddo. Oppure caldo, bagnato. Non conosceva abbastanza quel luogo nemmeno per immaginarlo bene.
«Eri da solo?»
Il pirata annuì.
«Non c’era nessuno del clan?»
«Se ci fosse stato qualcuno, avrei provato ad ammazzarlo.»
Lo disse senza alzare la voce.
Heryck annuì prima di accorgersene.
Brask allungò un pezzo di pane verso il piatto al centro e raccolse il sugo rimasto.
«Lo caricammo a bordo. Poi dovemmo convincerlo a lasciarci guardare le gambe.»
Il pirata abbassò gli occhi.
«Mi avevate preso mentre dormivo.»
«E bestemmiavi anche nel sonno.»
Venn emise una risata breve. L’uomo con le gambe di metallo gli mostrò un dito, quello vero.
Per un momento Heryck riuscì a respirare senza pensarci.
Poi sentì il bracciale contro il polso.
«Si fa così per tutti?»
La domanda fece tornare il silenzio.
«Che cosa?»
«Quando uno non ce la fa.»
Il pirata si sporse in avanti.
«Non so perché abbiano lasciato te.»
Heryck abbassò lo sguardo sul tavolo.
«Non te l’ho chiesto.»
«Lo stavi per fare.»
La rabbia gli arrivò subito. Si aggrappò a quella, che era più facile da sopportare.
«Non sai che cosa stavo per chiedere.»
«Hai ragione.»
L’uomo si rimise contro lo schienale.
Non cercò di vincere la discussione. Heryck non seppe più dove mettere la propria rabbia.
Dal lato opposto della sala arrivò un colpo così forte da far voltare metà degli avventori.
Un tavolo era stato rovesciato.
Un uomo urlava contro una donna; qualcuno si alzò in piedi, qualcun altro si spostò portandosi dietro il piatto. Heryck riconobbe Fulvius poco distante dal disordine.
Lo seguì con gli occhi, pronto a muoversi.
Brask gli toccò l’avambraccio.
«Aspetta.»
Heryck guardò quella mano.
Il capitano la tolse.
«Sta finendo.»
Aveva ragione. L’uomo che aveva rovesciato il tavolo si allontanò verso le scale. La donna rimase accanto al bancone. Fulvius era ancora in piedi, intero.
Attorno a loro le conversazioni ripresero quasi subito.
Heryck si rimise seduto.
Si rese conto solo allora di essersi alzato.
Il pirata accanto a lui stava spostando la propria sedia per fargli spazio. Una delle gambe meccaniche era rimasta incastrata contro quella del tavolo.
Heryck sollevò il bordo prima che glielo chiedesse.
«Grazie.»
L’uomo sistemò il piede.
Heryck aspettò che fosse a posto e riabbassò il tavolo.
«Torneresti?» chiese dopo un po’.
Il pirata guardò nella brocca.
«Al Groviglio?»
«Dal clan.»
L’uomo ci pensò.
Era la prima domanda alla quale non rispondeva subito.
«Una volta volevo.»
«Per fargliela pagare?»
«Anche.»
Heryck fece scorrere un dito lungo il manico del boccale.
«Per fargli vedere che ci eri riuscito.»
Il pirata gli rivolse uno sguardo lungo.
«Anche.»
Heryck annuì.
Quella parte la capiva. Non aveva bisogno di farsela spiegare.
«E adesso?»
L’uomo tese la gamba sotto il tavolo. Si sentì un piccolo scatto.
«Adesso devo far sistemare questa prima delle prove. Tira verso sinistra.»
Venn si chinò immediatamente.
«Te l’avevo detto di non toccarla.»
«Mi dava fastidio.»
«Continua a toccarla e domani giri in tondo.»
Brask rise. La donna raccolse i dadi e li lanciò sul tavolo.
Heryck guardò il pirata, aspettando di capire se avesse evitato la domanda oppure se quella fosse davvero la risposta.
L’altro gli indicò la brocca.
«Me ne lasci?»
Heryck gliela passò.
Quando tornò dai compagni, la birra si era scaldata.
Aveva portato via il boccale senza pensarci. Se ne accorse a metà della sala, si fermò e guardò indietro. Brask era già impegnato a discutere con Venn, che teneva una piccola vite sollevata fra due dita.
Il pirata dalle gambe di metallo lo vide e accennò un saluto.
Heryck sollevò il boccale per mostrarglielo.
L’uomo gli fece cenno di tenerlo.
Al loro tavolo Kenan si spostò per lasciarlo sedere. Adam stava dicendo qualcosa a bassa voce, piegato verso gli altri. Heryck si sedette e cercò di seguire.
C’erano persone che li osservavano. Un messaggio. Una minaccia.
Si costrinse ad ascoltare fino in fondo.
Tristana gli guardò il polso.
«Che cos’hai fatto?»
Heryck abbassò gli occhi.
A forza di girare il bracciale si era arrossato la pelle.
«Niente.»
Tristana aspettò un momento, poi tornò alla conversazione.
Heryck posò entrambe le mani sul tavolo.
Da lì riusciva ancora a vedere gli uomini di Brask. Venn aveva ricominciato a gesticolare con la mano d’ottone, ormai rimontata. L’altro pirata rideva di qualcosa, la testa rovesciata all’indietro.
Heryck abbassò la manica.
Poi la tirò su di nuovo, liberando il bracciale che si era impigliato nel tessuto.
«Dopo vi devo dire una cosa,» disse.
Adam smise di parlare.
Heryck indicò il tavolo alle proprie spalle.
«Ho trovato uno che viene dal mio clan.»
Kenan si girò per guardare. Gli altri rimasero rivolti verso di lui.
Heryck prese il boccale con entrambe le mani.
«Non sa chi sono,» aggiunse.
Nessuno si affrettò a rispondere.
Era una buona cosa. Gli lasciò il tempo di decidere da dove cominciare.