Teschi e CeppiDiario di bordo
Come se fosse un libro

Capitolo I

Cala

Pathapios

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Il pane continuava a tornargli in bocca.

Pathapios aveva mangiato troppo in fretta, piegato sulla scodella prima che qualcuno potesse assegnargli un altro lavoro. Adesso sentiva la crosta ferma dietro lo sterno. Bevve dal secchio accanto all’albero e trovò l’acqua tiepida, con un sapore di legno marcio.

«Quella serve per il ponte.»

Tasso portava uno straccio legato attorno alla testa. Stava seduto su una matassa e si puliva l’interno dell’orecchio con l’unghia del mignolo.

Pathapios abbassò il mestolo.

«È acqua dolce.»

«Appunto. Se la beviamo tutta, poi ci tocca pisciarci sopra.»

Tasso sorrise, soddisfatto della propria battuta. Pathapios rimise il mestolo nel secchio.

Poco più avanti Flint e Jape stavano portando una cima verso la murata. Uno la trascinava; l’altro si fermava ogni pochi passi per liberarla dagli ostacoli. Avevano spostato una botte, arrotolato un telo e chiesto a Heryck di togliere dei pezzi di legno dal passaggio.

Pathapios li aveva guardati senza capire.

Capì quando riconobbe Jake.

Quando i preparativi furono finiti, Flint e Jape lo fecero salire dal boccaporto tenendolo per le braccia. Aveva le mani legate davanti al ventre e aveva perso una scarpa. Quella rimasta gli ballava sul piede, troppo larga oppure slacciata, e a ogni gradino sembrava sul punto di cadere. Si fermò appena raggiunto il ponte, abbagliato dal sole.

Jape gli diede una spinta fra le scapole.

«Muoviti.»

Jake obbedì. Non guardava la cima.

Pathapios posò una mano sul bordo del secchio. Sapeva del furto di Jake. Non gli avevano detto quale sarebbe stata la punizione.

«La cala?»

Tasso seguì il suo sguardo.

«Lenta.»

«Morire per aver rubato?»

Tasso smise di sorridere.

«Eh sì.»

Jake venne condotto vicino alla murata. Aveva un labbro gonfio e una striscia di muco secco sotto il naso. Pathapios cercò di incontrarne lo sguardo, ma Jake guardava soltanto la cima. Voleva raggiungerlo prima che gli uomini avessero finito di prepararla.

«Ma poi cos’ha rubato?»

«Chiedilo a lui.»

Tasso si alzò. Aveva improvvisamente trovato qualcosa da fare.

Il primo ufficiale Plugg sorvegliava i preparativi dal centro del ponte.

Non gridava. Fece correggere un nodo, indicò dove spostare una cassa, aspettò che un uomo tornasse con una seconda fune. Ogni tanto guardava verso il cassero, ma lassù non compariva nessuno.

Pathapios si avvicinò, fermandosi a qualche passo. Aspettò che Plugg avesse finito di dare un ordine.

«Signore, mi scusi. Potrei parlargli un momento?»

Plugg si voltò lentamente.

«A chi?»

La domanda lo costrinse a indicare Jake, benché non ci fosse alcun dubbio.

«Al prigioniero, signore. Prima che venga calato, se permette.»

Plugg gli guardò il petto, cercando qualcosa.

«Quello delle preghiere. Non hai un ponte da strofinare?»

«Sì, signore. Sono un sacerdote di Desna. Vorrei soltanto—»

«Allora prega. E non farmi perdere tempo.»

«Con lui, se lo permette, signore. Ci vorrà poco.»

Un marinaio passò fra loro reggendo un gancio di ferro. Pathapios dovette scostarsi. Quando tornò a guardare il primo ufficiale, Plugg si era già voltato verso la murata. Il chierico rimase in attesa.

«Sbrigati, prete. E tieni le mani a posto.»

Jake sedeva su una cassa bassa. Gli avevano tolto anche l’altra scarpa.

Pathapios si inginocchiò davanti a lui e si accorse che puzzava di urina. Il prigioniero seguì il suo sguardo, poi strinse le ginocchia.

«Jake. Guardami.»

L’altro alzò gli occhi. Lo riconobbe e provò a raddrizzarsi.

«Pathapios. Non sapevo che avrebbero fatto questo.»

Pathapios prese la sua mano. Avrebbe voluto dirgli che l’avrebbe tirato fuori da lì. Guardò la cima, gli uomini, Plugg alle loro spalle. Non trovò una promessa che potesse fargli.

«Sono qui,» disse soltanto.

Jake gli strinse le dita.

«Chiedilo a Desna.»

«Che cosa?»

«Che mi aiuti.»

Pathapios annuì e alzò appena gli occhi verso il cielo vuoto di stelle.

Jake abbassò gli occhi sulle proprie mani. La corda gli aveva già spellato la pelle alla base dei pollici.

«Non è ancora sera.»

Pathapios cercò qualcosa da rispondere. Gli venne in mente un insegnamento sui viaggi, una frase che aveva ripetuto molte volte a persone preoccupate di affrontare una strada. Qui sarebbe sembrata una presa in giro.

Jake mosse le dita.

«Puoi farmi respirare sotto?»

La domanda arrivò semplice, ragionevole. Come chiedere acqua.

Pathapios sentì di nuovo il pane dietro lo sterno.

«Non posso.»

Jake si voltò verso gli uomini che sistemavano la fune.

«Ah.»

Non lo accusò. Fu peggio.

Pathapios guardò i nodi ai suoi polsi. Erano stretti, ma non ben assestati. Chi li aveva fatti aveva lasciato un giro sovrapposto agli altri; tirando nel punto giusto, forse si sarebbe allentato.

«Fammi vedere le mani.»

Jake gliele porse subito.

Pathapios le prese fra le proprie. Erano fredde nonostante il sole. Fece scorrere il pollice sul bordo della legatura, come per controllare la pelle ferita, e trovò il tratto di corda che cercava.

«Sai nuotare?»

Gli occhi di Jake tornarono su di lui.

«Un poco.»

«Quanto?»

«Abbastanza.»

Era una bugia, o una speranza. Pathapios infilò l’unghia sotto la cima.

Una volta liberate le mani, forse avrebbe potuto aggrapparsi alla fune. Tenersi lontano dallo scafo. Oppure, prima che lo calassero, buttarsi da solo. L’Assenzio non avrebbe girato per un ladro.

Guardò il mare.

Non c’era terra in vista.

Continuò ad allentare il nodo.

«Non guardarmi,» mormorò.

Jake obbedì troppo in fretta.

Pathapios prese a recitare una preghiera. Scelse quella che conosceva meglio, lasciando che le parole andassero da sole mentre le dita lavoravano. Sotto la corda sentiva il battito di Jake.

Il primo giro cedette appena.

«Più forte, prete,» disse una voce alle sue spalle.

Pathapios si fermò.

Plugg era vicino abbastanza da fargli ombra.

«Non la sento, la preghiera.»

Pathapios riprese dalla frase successiva. Il pollice cercò di coprire il nodo.

Plugg gli afferrò il polso e lo sollevò.

Per un istante rimasero tutti e tre così: Jake seduto, Pathapios in ginocchio, la mano sospesa fra loro.

Poi Plugg tirò.

Il dolore alla spalla costrinse Pathapios ad alzarsi.

«Volevi scioglierlo, eh?»

«Mi scusi, signore. La corda gli sta tagliando i polsi. Cercavo soltanto di—»

Plugg abbassò gli occhi sulle mani di Jake.

«Davvero?»

Fece un cenno a Flint.

«Rifallo. Più stretto.»

Flint si chinò davanti al prigioniero. Pathapios lo vide afferrare i due capi della legatura e tirarli fino a far scomparire lo spazio che aveva guadagnato.

Jake aprì la bocca. Non disse niente.

«Signore, la prego. Così gli si spezzano i polsi.»

Plugg gli torse ancora il braccio.

«Qui parli quando te lo chiedo io, prete.»

Quando gli tolsero la camicia, Pathapios cercò Raiden con gli occhi.

Lo vide vicino alle sartie, immobile, le mani sporche del lavoro del mattino. Heryck era più avanti. Aveva fatto un passo, ma qualcuno accanto a lui gli aveva preso l’avambraccio.

Pathapios scosse appena la testa.

Non sapeva se lo avessero visto.

Gli legarono i polsi in alto. Il legno davanti al suo viso aveva piccoli buchi e una colatura di pece ormai secca. Più in basso, dove qualcuno aveva raschiato la superficie, il colore era chiaro.

Alle sue spalle Plugg disse qualcosa. Pathapios colse soltanto le ultime parole.

«…a intromettersi.»

Avrebbe voluto voltarsi per cercare Jake, ma la posizione delle braccia glielo impediva.

Il primo colpo gli tolse il fiato.

Aveva immaginato un dolore sulla pelle. Gli arrivò invece dentro il petto, un urto che gli chiuse la gola. Si tirò in avanti e la corda gli fermò i polsi.

Qualcuno rise. O tossì.

Al secondo colpo cercò di pregare, ma aveva perso il punto della preghiera e cominciò da capo.

Al terzo sbatté la fronte contro il legno.

Non riuscì più a contare.

Quando lo sciolsero, le gambe cedettero. Una mano lo prese sotto l’ascella e lo tenne in piedi.

«Cammina.»

Fece qualche passo. La schiena sembrava ancora aspettare un altro colpo.

Lo lasciarono vicino alle botti dell’acqua. Sandara gli si accostò, ma lui guardava oltre la sua spalla.

Avevano fatto salire Jake sulla murata.

«Aspetta,» disse.

Sandara gli mise una mano sul petto.

«Non adesso.»

«Aspetta.»

Non sapeva più a chi stesse parlando.

Jake cercò con il piede nudo un appoggio sul bordo esterno dello scafo.

Jape gli disse di smetterla.

Avevano legato il suo corpo alla fune passata sotto la nave. Dall’altra parte, oltre il ponte, altri uomini si preparavano a tirare. Uno sputò nei palmi e sfregò le mani.

Jake guardò in basso, poi indietro.

Cercò Pathapios.

Il sacerdote provò ad avanzare, ma Sandara lo trattenne. Le dita della donna affondarono nel suo braccio.

«Se ti muovi non cambia quello che gli fanno.»

Pathapios quasi la odiò per averlo detto.

Jake lo trovò.

Da quella distanza il labbro gonfio gli dava un’espressione stupida, infantile. Mosse la bocca. Pathapios non sentì.

Forse aveva detto il suo nome.

Jape gli mise una mano sulla nuca e lo accompagnò oltre il bordo.

Per un momento si videro soltanto le dita di Jake, strette sul legno.

Poi sparirono.

Il tonfo fu modesto.

Pathapios si liberò dalla presa di Sandara e raggiunse la murata. Non cercò di saltare, non gridò. Voleva vederlo.

Jake era ancora in superficie. Cercava di tenere la faccia fuori dall’acqua, ma la posizione della fune lo faceva girare. Riuscì a sollevare la bocca e prese un respiro rumoroso.

Dall’altra parte del ponte arrivò l’ordine.

La cima si tese.

Jake andò sotto.

Pathapios seguì il punto in cui era sparito. Vide una mano, pallida nell’acqua verde, battere contro il fianco dell’Assenzio. Le dita cercarono qualcosa.

Poi anche quella scomparve.

Gli uomini tiravano lentamente.

Uno aveva i piedi piantati contro un sostegno e lasciava andare la corda a piccoli tratti. Tasso faceva scorrere la cima fra le mani, sorvegliando che non si attorcigliasse. Ogni gesto richiedeva attenzione. Si davano indicazioni, si avvertivano quando lo scafo rollava.

Pathapios cominciò a contare i respiri.

Dopo pochi si accorse di farlo e smise.

Attraversò il ponte.

Qualcuno tentò di fermarlo, ma lui si limitò a spostarsi e continuò fino all’altra murata. Plugg lo guardò arrivare. Non disse nulla.

Lì la fune usciva dall’acqua, tesa e lucida.

Pathapios afferrò il bordo.

Aspettò.

Una vela schioccò sopra la sua testa. Dalla cucina veniva odore di cipolla cotta.

La cima tremò.

«Piano,» disse qualcuno.

Continuarono a tirare.

Quando Jake riemerse, aveva il capo rovesciato all’indietro.

Pathapios scavalcò una matassa e si sporse. Non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse trascorso. Gli sembrava impossibile che il sole fosse ancora nello stesso punto.

«Qui, vi prego. Fatemelo vedere.»

Nessuno gli rispose, ma continuarono a issare.

Il corpo urtò lo scafo. Un marinaio imprecò perché la fune gli era scivolata fra le mani.

«Attenti alla testa,» disse Pathapios.

Lo sentì il marinaio più vicino. Cambiò presa.

Quando Jake arrivò all’altezza del parapetto, furono in tre ad afferrarlo. Lo posarono sul ponte con poca cura. L’acqua si allargò fra le assi.

Pathapios si inginocchiò.

Gli girò il viso da un lato, gli cercò il respiro, poi appoggiò la mano sotto la mandibola. Aveva le dita che tremavano e non riusciva a fidarsi di quello che sentiva.

«Togliti dai piedi, prete.»

Era Plugg.

«Signore, un istante soltanto. Mi lasci provare.» Pathapios rimase in ginocchio, gli occhi sul corpo.

Premette il palmo sul petto di Jake e chiamò Desna. Questa volta trovò le parole subito. Le pronunciò tutte, senza curarsi di chi ascoltava.

Il calore gli attraversò la mano.

Un piccolo taglio, vicino alla clavicola, si richiuse.

Jake non respirò.

Pathapios aspettò ancora, la mano ferma sul petto.

«Togliti, ho detto. Leva quelle mani,» disse Plugg.

Il sacerdote provò ad aprire la bocca del morto.

Flint e Jape lo presero per le spalle.

Gridò quando toccarono la schiena.

Più tardi la nave aveva ripreso il suo lavoro.

Era questo che Pathapios non riusciva a comprendere. Aveva visto morire persone nelle case, lungo le strade, dentro letti circondati da parenti troppo stanchi per piangere. Dopo restava sempre un’incombenza: trovare qualcuno, preparare un posto, decidere chi dovesse essere avvertito.

Sull’Assenzio la cima era stata arrotolata e rimessa via.

Sandara gli lavava la schiena. Lui sedeva sopra uno sgabello, piegato in avanti, con le mani fra le ginocchia.

«Ti è rimasto qualcosa?» gli chiese.

Pathapios capì che parlava del potere necessario a curarsi.

«Poco.»

«Usalo.»

Lui guardò l’acqua sporca nella scodella.

«Ho provato.»

Sandara strizzò il panno. Aspettò.

«Il taglio si è chiuso.»

«Lo so.»

«L’ho visto chiudersi.»

«Pathapios.»

Lui scosse la testa.

Sandara gli posò una mano sulla nuca, tenendola lì finché non smise di parlare.

Tasso arrivò quando lei si era allontanata per cercare un panno pulito.

Aveva ancora lo straccio in testa e una mano stretta nell’altra. Si fermò a un passo dallo sgabello.

«Quella cosa che hai fatto prima.»

Pathapios alzò gli occhi.

Tasso mostrò il palmo. La corda gli aveva asportato una striscia di pelle alla base delle dita.

«Puoi sistemarla?»

Pathapios lo guardò senza rispondere.

Tasso lasciò ricadere la mano.

«Ho il turno alle vele. Se non riesco a stringere—»

«Hai tirato tu.»

L’uomo deglutì.

Dall’alto arrivò il richiamo di una vedetta. Per qualche istante entrambi ascoltarono, benché il messaggio non li riguardasse.

«Sì,» disse infine Tasso.

Pathapios guardò il palmo aperto. C’erano fibre di canapa dentro la ferita.

Avrebbe potuto dirgli di andarsene. Lo voleva con una forza che lo spaventò: desiderava vederlo salire sulle sartie con quella mano, desiderava che ogni presa gli facesse male.

Tasso fece mezzo passo indietro.

«Lascia stare.»

Pathapios gli afferrò il polso.

Non con delicatezza. Tasso sussultò.

«Siediti.»

Quello obbedì, accovacciandosi davanti allo sgabello.

Pathapios prese il panno rimasto sul bordo della scodella e pulì la ferita. Tolse le fibre una alla volta. Gli servì più tempo del necessario.

Poi chiuse gli occhi e cercò le parole.

Non ne trovò nessuna che avesse voglia di pronunciare.

Le disse lo stesso.

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