Capitolo V
Acqua calda
Fulvius
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La vasca fumava, e per qualche istante Fulvius non riuscì a pensare ad altro.
Aveva trascorso abbastanza tempo sulle navi da apprezzare l’acqua dolce senza pretendere di trovarla calda, ma quella stanza prometteva entrambe le cose. La vasca era larga e abbastanza profonda da non costringerlo a scegliere quale metà del corpo lasciare fuori. Sul bordo qualcuno aveva disposto una saponetta chiara e due teli piegati; dalle finestre socchiuse entrava l’aria della sera, insieme al brusio del porto.
Lyris gli passò accanto e si fermò a osservare la sua espressione.
«Ti serve un momento da solo?»
«Potrei affezionarmi.»
«Alla stanza?»
Fulvius indicò la vasca con un piccolo movimento del mento. Lei sorrise, si tolse la borsa dalla spalla e la appoggiò sulla cassapanca.
«Allora farò attenzione a non mettermi fra voi.»
Sul legno erano già disposti due bicchieri, una bottiglia di vino e un vassoio di piccole leccornie da mangiare. Fulvius le aveva scelte abbastanza elaborate da giustificare il servizio e abbastanza piccole da non impegnare nessuno a una cena. Lyris prese uno spiedino di pesce, lo esaminò e soltanto dopo se lo mise in bocca. Aveva un modo di osservare le cose che rendeva difficile nasconderle quanto fosse importante il suo giudizio.
«Se cercavi di avvelenarmi, hai speso troppo,» disse.
«Non conosco ancora i tuoi gusti.»
«Potresti provare a chiedere.»
Fulvius le versò il vino, concedendole quel primo punto. Al piano di sotto suonava incessantemente una musica. Un gruppo di marinai aveva cominciato una canzone che sembrava destinata a durare tutta la notte: ogni errore diventava un pretesto per ricominciare e ogni nuova strofa aggiungeva una disgrazia alla nave. Lyris si sedette sulla cassapanca, si tolse uno stivale e allungò una mano verso il bicchiere prima di occuparsi dell’altro.
«Sei riuscita a uscire senza farti vedere?»
«Senza farmi fermare. Sono due cose diverse.» Lyris annusò il vino e ne bevve un sorso. «Vargan non ha bisogno di sapere dove trascorro ogni momento della mia giornata.»
«Non mi è sembrato dello stesso parere, ieri sera.»
«Se vuoi passare tutta la serata a parlare del mio capitano, posso andare a chiamarlo.»
«Preferirei evitare di pagargli la cena. Ed eviterei anche di pagare i danni alla stanza.»
Lyris rise e Fulvius si accomodò vicino alla finestra, soddisfatto di aver ottenuto finalmente qualcosa che non somigliasse a una concessione. Aveva immaginato di doverla mettere a proprio agio; scopriva invece che lei c’era già. Non riempiva i silenzi e non rideva per cortesia. Gli prestava attenzione senza fargliene un favore da contraccambiare, lasciandolo incerto su quante delle sue precauzioni fossero ancora necessarie.
«Che cosa facevi,» le domandò, «prima di dover impedire al tuo capitano di distruggere i mobili?»
Lyris si tolse il secondo stivale e lo sistemò accanto al primo.
«Studiavo. O cercavo di farlo, quando me ne lasciavano il tempo.»
«Che cosa studiavi?»
«Sostanze. Reazioni. Il corpo umano, soprattutto quando qualcosa smette di funzionare.» Fece girare il vino nel bicchiere. «Mi piace capire perché una cosa accade. Non mi sono mai accontentata molto del fatto che fosse già accaduta a qualcun altro.»
Fulvius guardò la borsa sulla cassapanca.
«E per questo sei diventata una pirata?»
«Per quello che mi interessava avrei potuto fare parecchi mestieri. Il problema era riuscire a cominciare.» Lyris si appoggiò alla parete. «Da dove vengo, in Varisia, una donna che passa troppo tempo sui libri deve sempre spiegare a qualcuno perché non stia facendo qualcosa di più utile. C’è un lavoro da finire, una persona da aiutare, una faccenda che non può aspettare. Studiare può aspettare sempre. Finché ti accorgi che sono passati degli anni.»
Fulvius aveva una battuta pronta. Ma la lasciò andare e si limitò a tenere il bicchiere fra le mani.
«Ti manca?»
«Studiare? No, non ho mai smesso. Lo faccio ancora.»
«Non ti ho chiesto se avessi smesso.»
Lyris sollevò gli occhi su di lui. Al piano di sotto qualcuno dimenticò una strofa, ottenendo un coro di proteste. Lei attese che il rumore si abbassasse.
«Mi manca seguire una domanda fino in fondo. Svegliarmi pensando alla stessa cosa sulla quale stavo lavorando la sera prima e avere il tempo di tornarci sopra. Adesso, quando apro un libro, qualcuno si taglia una mano, si rompe qualcosa sulla nave oppure Vargan trova un nuovo motivo per litigare.»
«Stasera non è qui.»
«Allora non nominiamolo più.»
Fulvius alzò il bicchiere in segno di resa. Lei sorrise e lui si rese conto che gli piaceva anche quando non stava cercando di divertirlo.
Aveva cominciato a slacciare la camicia quando Lyris posò il vino.
«C’è qualcosa del tuo viso che non ho ancora capito.»
Le sue dita si fermarono sul bottone.
«Sta per arrivare una domanda interessante.»
«Mi chiedo quanto di quello che vedo tu abbia scelto per me.»
Fulvius le sostenne lo sguardo. Avrebbe potuto fingere di non aver compreso, ma lei non aveva il tono di chi avanzava un’accusa. Aspettava, lasciandogli abbastanza spazio da rendere una menzogna una scelta deliberata. Era così sveglia ed attenta da avere già capito?
«Hai notato qualcosa.»
«Ho avuto un sospetto.»
«Da quanto?»
«Da prima che mi offrissi da bere.»
Lui abbassò gli occhi sul proprio bicchiere. Possedeva spiegazioni capaci di reggere a domande ben più insistenti, e quasi tutte gli avrebbero consentito di continuare la serata senza cambiare niente. Guardò la porta, poi la mano di Lyris, immobile accanto al vino.
«Non è una cosa che mostro per intrattenere.»
«Non te l’ho chiesto come spettacolo. E non devi mostrarmi niente, se non vuoi.»
Fulvius si alzò e finì di togliersi la camicia. La lasciò sullo schienale della sedia, cercando ancora qualcosa da dire che rendesse meno importante quello che stava per accadere. Per una volta non lo trovò in tempo.
Lasciò che il cambiamento avvenisse.
I lineamenti umani cedettero a quelli che gli appartenevano. La pelliccia tornò sulle guance e lungo il collo, il muso riprese la propria forma e le orecchie si assestarono fra i capelli. Avvertì la distensione familiare del corpo, quel sollievo che diventava evidente soltanto quando smetteva di sostenere un’apparenza. Rimase accanto alla sedia con le braccia abbandonate ai fianchi.
Lyris lo osservò senza parlare. Fulvius conosceva bene quell’attesa, il tempo nel quale era ancora possibile attribuire a uno sguardo tutto quello che si temeva.
«Kitsune,» disse infine lei.
Lui annuì.
«Ti aspettavi altro?»
«Non sapevo che cosa aspettarmi.» Lyris si alzò e gli si avvicinò. «Adesso hai quell’aria di chi sta aspettando una risposta sbagliata.»
«Di solito almeno riesco a prepararmi una battuta.»
«Puoi prenderti il tempo che ti serve.»
Si fermò abbastanza vicino da costringerlo ad abbassare lo sguardo su di lei. Prima di toccarlo sollevò appena la mano, aspettando che lui acconsentisse. Le dita gli sfiorarono la guancia e risalirono verso la tempia: erano leggere, attente, ma non avevano nulla dell’esame che aveva temuto.
«Non c’è niente che tu voglia chiedermi?» disse Fulvius.
«Sì. Ma non ho fretta.»
Lyris gli passò la mano dietro la nuca e lo attirò quanto bastava per baciarlo.
Per un momento lui dimenticò di ricambiare. Gli bastò sentirla sorridere contro la sua bocca per riprendersi, e quando le posò una mano sul fianco lei si avvicinò ancora. Il bacio perse lentamente la prudenza iniziale. Fulvius sentì il profumo del vino nel suo respiro, il calore della pelle contro il petto scoperto e le dita che gli si chiudevano fra i capelli.
Lyris si separò per prima, senza allontanarsi davvero.
«Adesso non mi va di farti altre domande.»
Fulvius ne aveva una pronta, ma se la lasciò portare via dal secondo bacio.
La gettò contro la cassapanca, facendo tintinnare i bicchieri. Lei ne afferrò uno prima che si rovesciasse, lo rimise al sicuro e tornò a lui con una risata impaziente. Quando Fulvius le sfiorò il collo con la bocca, le dita di Lyris si chiusero sulla sua spalla. Lui indugiò, sentendola attirarlo più vicino, finché lei non gli sollevò il viso per baciarlo di nuovo.
Questa volta non gli lasciò il tempo di trasformare l’esitazione in parole. Gli prese la mano e lo guidò verso il letto. Fulvius si fermò soltanto per abbassare la fiamma della lampada. Nella luce più morbida, Lyris lo guardava con una franchezza che gli fece dimenticare perfino la vasca.
Quando lo attirò a letto e a sé, lui la seguì senza più indugiare.
L’acqua era ancora calda quando riuscirono finalmente a entrarci.
Fulvius scivolò nella vasca con un sospiro che Lyris accolse sollevando un sopracciglio. Aveva raccolto i capelli, ma una ciocca continuava a sfuggirle vicino all’orecchio e ogni tentativo di sistemarla finiva per bagnarla di più.
«Se continui così, dovremo chiedere un altro telo. Magari un turbante.» osservò lui.
«Potresti aiutarmi.»
«Mi sembrava che avessi la situazione sotto controllo.»
Lyris gli appoggiò un piede contro la gamba, sotto la superficie, e lui le sistemò la ciocca dietro l’orecchio. Per qualche tempo rimasero così, lasciando che il vapore e i rumori attutiti della locanda rendessero la stanza più lontana dal resto del porto.
Lyris era bellissima, con le forme sommerse dal livello dell'acqua fumante, quel poco che bastava a farle intravedere, spingendo Fulvius a desiderare un secondo giro sul letto. La spada di Fulvius era appoggiata accanto alla vasca. Lyris l’aveva vista sistemare lì senza commentare, poi aveva lasciato la propria borsa poco più lontano. Da quella posizione lui riusciva a scorgerne un lembo aperto: vetro scuro, involucri di stoffa, piccoli strumenti ordinati perché non si urtassero.
«Posso farti una domanda?» disse lei.
«Credo che tu abbia già guadagnato questa libertà.»
«Quando cambi forma, quanto riesci a scegliere?»
Fulvius le guardò la mano, ancora appoggiata sul bordo.
«Meno di quanto la gente immagini. Ho una forma umana originale, ma non la mostrerò mia più. Posso assumerla, tornare così oppure posso prendere le sembianze di chi studio attentamente per un po'. Deve essere maschio. E' come sfogliare un mazzo di carte: sfoglio le facce finché trovo quella adatta.»
«E lo senti mentre succede?»
«Sì, ma non nel modo in cui senti una ferita. È difficile spiegare.» Cercò le parole, senza trovarle subito. «Sai quando tieni una spalla rigida per tanto tempo e te ne accorgi soltanto dopo averla rilassata? Tornare così a volte mi fa quell’effetto.»
Lyris gli prese la mano sotto l’acqua e ne seguì distrattamente le dita.
«Allora mi fa piacere che tu l’abbia fatto.»
Fulvius rimase a guardarla, sorpreso dalla facilità con cui lei continuava ad accettare quello che aveva davanti. Non gli aveva chiesto un’altra dimostrazione. Non si era distratta cercando differenze. Per la prima volta da molto tempo, lui si accorse di aver smesso di sorvegliare la propria espressione.
Stava per risponderle quando sentì il gorgoglio.
Abbassò gli occhi verso lo scarico, dove la superficie aveva cominciato a incresparsi, e sentì la mano di Lyris fermarsi nella propria.
La testa del serpente emerse fra loro.
Fulvius vide un occhio lucido vicino al ginocchio e il dorso che continuava a salire dall’acqua. Strappò la mano da quella di Lyris, si afferrò al bordo e si sollevò, rovesciando abbastanza acqua da far scivolare un piede.
«Fuori dalla vasca!»
Riuscì a rimanere in equilibrio e raggiunse la spada mentre Lyris si muoveva verso la borsa. Il rettile si gonfiò. Un’ombra gli si raccolse attorno e crebbe fino ad avere braccia, spalle, una testa dalle fauci spalancate. Fulvius gli si mise davanti e nella mano della creatura comparve una lama curva, dalla quale colò una goccia verdastra.
Colpì prima che riuscisse a sollevarla. L’acciaio incantato attraversò il braccio d’ombra e incontrò resistenza; Fulvius sentì il contraccolpo nell’impugnatura e capì che poteva ferirlo. Tentò di riportare la lama in guardia, ma il pavimento bagnato gli sottrasse l’appoggio per un istante.
Non vide partire la risposta.
La zanna gli entrò nel ventre.
La pressione lo spinse contro la vasca; il dolore arrivò subito dopo, interrompendogli il respiro. Quando la creatura ritirò la lama, Fulvius abbassò gli occhi e vide meno sangue di quanto si aspettasse. Quella constatazione gli diede una fiducia assurda, breve quanto il tentativo di inspirare che venne subito dopo.
«Spostati!» gridò Lyris.
Lui si buttò di lato. Lyris aveva già raggiunto la sua borsa e estraendo una boccia di vetro, la stava già scagliando contro l'ombra. Il piccolo recipiente gli passò accanto e descrisse una curva troppo larga: la creatura si era mossa, la granata la mancò e l’esplosione investì il bagno oltre il bersaglio. Fulvius sentì il colpo nelle orecchie e finì su un ginocchio. Cercò un appoggio con la mano libera, scivolò e riuscì a fermarsi contro il piede di un mobile.
Sopra di lui il fumo attraversava la luce della lampada, portandosi dietro schegge e polvere.
Provò a rialzarsi, ma il ventre si contrasse e gli riempì la bocca del sapore acido del vino. Il braccio che reggeva la spada tremava con una violenza che non riusciva a controllare. Vide l’ombra voltarsi verso Lyris, ancora china sulla borsa.
«Lyris…»
Gli uscì poco più di un soffio. La creatura si mosse e gli mostrò qualcosa all’interno: sotto la forma umana dell’ombra si piegava un corpo diverso, basso e raccolto, la curva di un rettile che non seguiva i gesti delle braccia. Fulvius lo perse nel fumo, lo ritrovò e strinse l’impugnatura con entrambe le mani.
Il tremore continuava. Invece di combatterlo, aspettò che la creatura tornasse abbastanza vicina e spinse.
La punta trovò carne. Fulvius ci gettò dietro tutto il peso rimasto, sentendo una fitta tanto profonda da non riuscire più a distinguere il proprio colpo da quello ricevuto. Le fauci gli passarono davanti al viso; poi l’intera forma si piegò e gli franò addosso senza peso, dissolvendosi in una sostanza nera.
Il serpente cadde fra i suoi piedi e si contorse sul pavimento. Fulvius cercò di sfilare la spada, ma le dita non risposero. Rimase a fissarle, incapace di capire perché stringessero ancora qualcosa che aveva deciso di lasciare andare.
Quando si accorse di essere in piedi aveva un braccio sulle spalle di Lyris.
Lei gli parlava vicino all’orecchio, cercando di farsi sentire attraverso il fischio dell’esplosione.
«Vieni con me. Appoggiati.»
Fulvius tentò di non pesarle addosso e quella premura li fece quasi cadere entrambi. Lyris gli afferrò il fianco sano e si fermò finché lui non smise di cercare un equilibrio che non possedeva più.
«Ho detto di appoggiarti. Non mi aiuti se provi a camminare da solo.»
Le obbedì. La stanza sembrava essersi allungata: riconosceva la cassapanca, il vassoio e la camicia sulla sedia, ma non riusciva a tenere quegli oggetti nella medesima posizione ogni volta che rialzava gli occhi. Raggiunsero il letto e lui vi si sedette, cercando subito di rimettersi in piedi.
«La porta. Qualcuno potrebbe entrare.»
Lyris gli mise una mano sul petto.
«Prima occupiamoci di te. Sdraiati.»
Non sembrava spaventata. Fredda e seria, mentre il mondo di Fulvius stava cominciando ad annebbiarsi e girare. Fulvius obbedì e si aggrappò al letto finché non guardò le dita di Lyris: si muovevano in fretta, rovistando nella borsa e scostando il pelo bagnato attorno alla ferita. Sollevò la testa e vide una macchia scura sul proprio fianco, più grande di quanto avrebbe dovuto essere. Il bordo si allargava sotto la pelle.
Tentò di toccarla, ma Lyris gli prese la mano.
«Guarda me. Dove senti dolore?»
«Qui.» Provò a indicare il ventre e dovette fermarsi per respirare. «Sale lungo il fianco e gira nello stomaco.»
«Riesci a muovere le gambe?»
Fulvius mosse un piede, poi l’altro. Lyris seguì il movimento con gli occhi e tornò alla borsa.
«Bene. Continua a parlarmi.»
«Di solito non mi chiedono di continuare a parlare.»
Sperava di farla sorridere. Lei gli sfiorò la fronte, per capire la temperatura, ma la sua attenzione rimase sulla ferita. Quando prese la siringa, Fulvius sentì montare una paura quasi infantile. Era assurdo temere quella punta dopo essersi lasciato trafiggere da una zanna, ma il corpo non sembrava interessato alla coerenza.
«È un antidoto,» disse Lyris. «Devo provare a fermare il veleno. Farà male. Molto male.»
«Mi sembra che stiamo già andando piuttosto bene.»
«Fulvius, guardami.»
Lui riuscì a sostenerle lo sguardo. «Oggi non morirai. Capito?» «Speravo non fosse un'opzione.» Lei non battè ciglio, e prendendo la siringa, la conficcò nel fianco. L'ago entrò vicino alla ferita; Fulvius si inarcò prima di riuscire a impedirlo e cercò il polso di lei con una mano. Il dolore era qualcosa di mai provato prima. E di ferite di battaglia ne aveva provate parecchie. Lyris lo tenne contro il materasso senza interrompersi.
«Lo so, lo so, fa male, ma lasciami finire.»
Il dolore cambiò, divenne diverso. Non meno intenso ma diverso, come passare da una scossa ad una bruciatura. Qualcosa di caldo sembrò percorrergli il fianco e per un istante Fulvius credette che bastasse aspettare. Guardò Lyris e la vide osservare la macchia. Anche lei attendeva.
Poi il colore scuro guadagnò altro spazio.
Lyris tornò alla borsa. Tirò fuori due fiale, ripose un oggetto e lo riprese quasi subito. Una bottiglietta rotolò verso il braccio di Fulvius; lui cercò di fermarla e la mancò. I suoi riflessi erano incredibili, doveva stare davvero male, per non riuscire neanche ad afferrare una boccetta che rotolava. Lei la raccolse prima che cadesse, poi gli riappoggiò la mano sul materasso.
«Non muoverti.»
«N-non sta funzionando, vero?.»
Lyris aprì una delle fiale.
«Non abbastanza. Sto provando un’altra cosa. Farà ancora più male»
Fulvius avrebbe preferito una bugia, purché detta bene. Lei non gliela offrì e lui dovette continuare a guardarla lavorare, contando i momenti in cui riusciva ancora a seguirne i movimenti.
La musica al piano di sotto era ricominciata. Le voci arrivavano deformate, lontane, ma riconobbe la pausa prima del ritornello. Gli sembrava impossibile al piano di sotto la serata potesse continuare mentre lì, sopra le loro teste, Lyris gli stava cercando una vena per salvargli la vita.
Guardandola adoperarsi per lui pensò che fosse davvero bellissima. C'erano modi peggiori di morire, dopotutto. Ma guardandola, si accorse che lei aveva del sangue su una guancia.
«Ti sei ferita?» le domandò.
«Un graffio. Non preoccupartene.»
«Dovresti…»
«Dopo, ora pensiamo a te.»
La guardò chinarsi su di lui e gli venne in mente che avrebbe dovuto riprendere il volto umano. L’idea arrivò con la consueta facilità: sistemarsi prima che la situazione diventasse imbarazzante, darle un’espressione che potesse leggere senza fatica. Tentò di cambiare e il ventre gli si contrasse, strappandogli un suono che non riuscì a trattenere. Un grido forte, spontaneo, di una fitta di dolore atroce.
Lyris si fermò e gli prese il viso fra le mani.
«Che cosa hai fatto?»
«Volevo soltanto… tornare… Sai, se...»
Lei gli guardò gli occhi, poi la bocca. Quando comprese, l’irritazione le attraversò lo sguardo.
«Non dirlo neanche, oggi non morirai. Non farlo più. Non devi cambiare. Risparmia le forze.»
Fulvius smise di provarci. La voce di lei, concreta e impaziente, gli offrì qualcosa a cui obbedire mentre tutto il resto diventava difficile da seguire.
Sentì una stretta attorno al braccio, poi il tocco freddo del vetro. Lyris stava preparando un tubicino e serrava un nodo con le stesse dita che poco prima aveva tenuto intrecciate alle sue nell’acqua. Fulvius cercò di guardarle lavorare, ma la stanza si restringeva e ogni volta che chiudeva gli occhi gli costava più fatica riaprirli.
«Fulvius.»
Tornò a guardarla e trovò il suo viso più vicino.
«Ti sento,» mormorò.
«Allora stringimi la mano.»
Ci provò. Le dita gli sembravano lontane quanto la porta della stanza. Lyris attese senza lasciarlo, con il pollice fermo contro il suo palmo.
«Non forte. Basta che mi fai capire che ci sei.»
Fulvius riuscì a muovere un dito.
Sentì la presa di lei stringersi in risposta e vi si affidò, lasciandole finalmente tutto il proprio peso.
«Ecco. Non mollare, devi restare sveglio. Resta con me.»
Avrebbe voluto dirle qualcosa, almeno una delle tante cose che gli erano venute facili durante la serata. Lyris continuava a guardarlo e lui si sforzò di tenere gli occhi aperti, finché anche il suo viso cominciò a perdere contorno.
«Fulvius, guardami ancora. Per gli dei, tieni aperti gli occhi Fulvius! FULVIUS!!!»
Provò a farlo. Ma stavolta, non ci riuscì. Senti la voce di Lyris rimbombargli nelle orecchie come una eco lontano. E poi: buio e silenzio.