Teschi e CeppiDiario di bordo
Come se fosse un libro

Capitolo VII

Cella 17

Kenan

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Gli fecero lasciare le pistole all’ingresso.

Kenan le posò sul banco con le impugnature rivolte verso di sé. La guardia allungò una mano, poi si fermò.

«Anche l’altra.»

Kenan la guardò.

L’uomo indicò il coltello.

Per un istante pensò di negare. Gli veniva naturale, quasi quanto controllare le uscite entrando in una stanza. Poi si ricordò perché si trovava lì, estrasse la lama e la mise accanto alle armi.

La guardia raccolse tutto dentro una cassetta.

«Nome.»

«Kenan Morgan.»

«Quello del permesso.»

Adam posò il foglio sul banco prima che lui potesse rispondere.

La guardia lo esaminò. Passò un dito sopra il sigillo, sollevò gli occhi su Kenan e tornò a leggere. Aveva un modo lento di fare ogni cosa che, in quel posto, sembrava deliberato.

Oltre la porta aperta si vedevano i ponticelli di legno che univano l’isolotto alla città. Più lontano, le gabbie della Sala da Ballo dei Morti pendevano contro il muro degli scheletri danzanti. Kenan ne aveva guardata una arrivando, cercando di capire se il corpo all’interno si muovesse per il vento.

Non era riuscito a deciderlo.

La guardia restituì il permesso ad Adam.

«Solo voi due.»

«Ci è stato detto.»

«Allora non dovrò ripeterlo.»

Chiuse la cassetta e la spinse sotto il banco.

Kenan sentì il piccolo urto del metallo sul pavimento.

Dentro il Gavone non si udivano grida.

Questo lo sorprese.

Si era preparato al rumore: uomini che chiamavano, catene, insulti. Trovò invece persone sedute lungo un muro, tutte con qualcosa in mano. Una donna stringeva un involto di stoffa. Un vecchio teneva il cappello fra le ginocchia e ne lisciava continuamente la tesa.

Nessuno parlava abbastanza forte da farsi sentire.

La guardia li condusse oltre una porta, poi un’altra. Il mare si insinuava nell’edificio attraverso fessure che Kenan non riusciva a vedere. Lo sentiva sotto i piedi e, a tratti, dietro le pareti.

Contò le svolte.

Alla quarta Adam gli sfiorò il gomito.

Kenan non lo guardò.

«Sto camminando.»

«Lo vedo.»

Continuò a contare.

Il corridoio finiva davanti a un gigante.

Era seduto su una panca di pietra, con le ginocchia divaricate e una catena fissata al pavimento. Kenan seguì il ferro fino alla caviglia dell’uomo, poi vide le chiavi che pendevano dagli anelli più alti.

Il gigante sollevò la testa.

La loro guardia gli mostrò il permesso.

«Diciassette.»

Quello si alzò.

La catena si tese prima che fosse del tutto in piedi. Il gigante attese che l’ultimo anello smettesse di trascinarsi, scelse una chiave e si avvicinò alla porta.

Kenan guardava il numero inciso sopra la serratura.

Diciassette.

Aveva pensato a quell’incontro per tutto il tragitto e adesso non riusciva a ricordare una sola delle cose che voleva dire.

Il gigante girò la prima chiave. La guardia ne introdusse un’altra nella seconda serratura.

Ci volle la spalla di entrambi per spostare la porta.

L’odore arrivò prima del buio.

Kenan si coprì il naso per riflesso, poi abbassò subito la mano.

Cinque gradini scendevano nella cella.

Li percorse senza aspettare il permesso.

L’uomo appeso al soffitto aveva il capo chino.

Kenan vide le braccia tese, i piedi immersi nell’acqua e il movimento leggero del corpo a ogni respiro. Una corrente sporca correva lungo il pavimento, portando con sé cose sulle quali cercò di non soffermarsi.

Si fermò all’ultimo gradino.

Era arrivato fin lì temendo che fosse un altro uomo.

Adesso avrebbe voluto poterlo pensare ancora.

«Graves.»

Il prigioniero mosse la testa.

Per qualche istante sembrò impegnato soltanto a sollevarla. I capelli gli si erano incollati alla fronte; la barba era diventata irregolare, più folta da un lato. Quando finalmente alzò gli occhi, Kenan cercò qualcosa di riconoscibile.

Graves socchiuse le palpebre.

«Ti sei tagliato i capelli?»

Kenan aprì la bocca.

Gli uscì una specie di risata. La odiò immediatamente.

«No.»

«Allora eri più brutto di quanto mi ricordassi.»

Si avvicinò.

Graves era nudo. I segni sul corpo avevano età diverse: cicatrici chiare, ferite recenti, lividi che l’acqua e la poca luce facevano sembrare dello stesso colore. Su una coscia mancava un piccolo lembo di carne.

Kenan lo fissò troppo a lungo.

Graves abbassò gli occhi.

«Vengono con la marea.»

«Chi?»

«Gli squali piccoli.»

Lo disse come avrebbe parlato dei topi in una dispensa.

Kenan si voltò verso la guardia.

L’uomo era rimasto sulla soglia.

«È così che lo tenete?»

«È così che l’hai trovato.»

Adam scese gli ultimi gradini e si fermò accanto a lui.

Kenan tornò a guardare Graves. Aveva avuto il tempo di prepararsi a una prigione, alle catene, perfino alle ferite. Non aveva pensato che avrebbe dovuto decidere dove mettere gli occhi per lasciargli un poco di dignità.

«Avrei preferito rivederti in circostanze migliori.»

Graves provò a sistemare il peso su una gamba. Le catene cigolarono.

«Ti abbraccerei, ragazzo.»

Sollevò appena lo sguardo verso i propri polsi.

«Ho le mani occupate.»

Kenan aveva portato del rum.

Se lo era immaginato diversamente: il tappo strappato con i denti, una bottiglia passata da una mano all’altra, qualcosa per brindare al fatto che nessuno dei due fosse morto come avrebbe dovuto.

Ora la teneva senza sapere che cosa farne.

«Acqua, prima,» disse Adam.

Kenan si riscosse.

Tirò fuori la borraccia.

Graves guardò il tappo mentre lo svitava. Cercò di avvicinare la bocca troppo presto e la prima acqua gli finì sul mento.

Kenan gli sostenne la nuca.

«Piano.»

«Versa.»

Bevve con gli occhi chiusi. Dopo il primo sorso il corpo gli si tese e dovette fermarsi per respirare. Kenan aspettò, tenendo la borraccia sollevata.

Ricordò le dita di quell’uomo sulle proprie, anni o mesi prima, in un tempo che adesso non riusciva a misurare bene.

Non stringerla così. La devi tenere, non strozzare.

Graves gli aveva spostato il pollice lungo l’impugnatura della pistola e gli aveva fatto ripetere il gesto finché non era diventato naturale.

Adesso Kenan non riusciva a tenere ferma una borraccia.

«Basta,» disse Graves.

Gli asciugò il mento con la manica.

Se ne accorse solo dopo averlo fatto.

Graves lo lasciò fare.

Dalla soglia arrivò un colpo di tosse.

La guardia stava osservando la bottiglia di rum.

Kenan la guardò, poi guardò l’uomo. Tirò fuori alcune monete e salì due gradini.

«Vorremmo parlargli.»

La guardia tenne gli occhi sul denaro.

«State già parlando.»

Kenan ne aggiunse altre.

L’uomo le prese.

«Io rimango fuori.»

Kenan annuì.

«Fuori,» ripeté la guardia. «Non lontano.»

Graves assaggiò il rum e tossì.

Un colpo solo, trattenuto male, che gli fece contrarre tutto il ventre. Kenan abbassò subito la bottiglia.

L’altro gli diede un’occhiata furiosa.

«Non ho detto di toglierlo.»

Gliene fece bere ancora.

Quando ebbe finito, Graves passò la lingua sulle labbra.

«Almeno qualcosa l’hai imparata.»

Kenan avrebbe voluto dirgli che aveva imparato molto. Che ormai sapeva riconoscere una carica umida dall’odore, che caricava senza dover guardare le mani, che c’erano stati colpi dei quali sarebbe andato fiero.

Non riuscì a trovare il modo.

«Chi ti ha portato qui?»

La faccia di Graves cambiò poco. Gli bastò smettere di fingere che bere rum in una cloaca fosse una visita fra amici.

«Mio fratello.»

Adam spostò lo sguardo su di lui.

«Henry?»

Graves annuì.

«Mi ha riconosciuto. Poi ha trovato il modo di farmi arrivare dove voleva.»

«Lavora per Manswelt.»

«Vedo che avete fatto i compiti.»

«Pensavamo che ti avesse comprato,» disse Kenan.

Graves lo guardò.

«Ci sono modi più economici per trattare con la famiglia.»

Kenan abbassò la bottiglia.

Aveva immaginato uomini di Crow che lo trascinavano via dal ponte in fiamme. Un combattimento perduto. Un tradimento, forse, ma commesso da qualcuno che non doveva fare altro che essere un nemico.

Si accorse di essere ancora capace di sorprendersi per certe cose.

Gli diede fastidio.

«E Crow?»

«Crow aspetta.»

«Che cosa?»

«Che qualcuno diventi meno testardo di lui.»

Graves girò il capo verso la porta. In alto, nel corridoio, si sentì una suola spostarsi sulla pietra.

Quando riprese a parlare, lo fece con meno fiato.

«Ascoltami bene. Quello che sta cercando non è un carico d’oro.»

«Lo so.»

«No. Sai che c’è una mappa. Sono due cose diverse.»

Kenan tacque.

Graves aspettò di essere certo di averlo ottenuto.

«Un’arma. Vecchia. Fatta nel cuore dei vulcani, almeno stando a quello che raccontava quando aveva bevuto abbastanza da dimenticarsi di chi gli versava da bere.»

Adam si avvicinò di mezzo passo.

«Che genere di arma?»

«Una di quelle per cui, se devi ancora domandare quante monete vale, non hai capito a cosa serve.»

Graves si fermò a respirare.

Kenan gli sollevò la borraccia. Questa volta l’altro scosse la testa.

«Parlava di palazzi che venivano giù. Cannoni che, al confronto, sembravano giocattoli. Magari esagerava. Gli piace sentirsi parlare.»

«Ma tu gli hai creduto.»

Graves lo guardò negli occhi.

«Gli credo quando dice che cosa vuole farne.»

L’acqua si mosse attorno alle sue caviglie.

«Vuole il trono del Re Uragano.»

Kenan annuì. Quello poteva capirlo. Tutti i pirati che avevano abbastanza navi finivano per guardare nella stessa direzione.

Graves se ne accorse.

«Non vuole aspettare che il Concilio glielo conceda. Vuole toglierselo dai piedi.»

Adam rimase immobile.

Kenan pensò alla sala del Re, alle statue, agli uomini che trattavano i capitani liberi come bambini ammessi a una tavola troppo alta.

Poi pensò a Crow seduto là in fondo.

«Se ci riuscisse,» disse.

«Tu l’hai visto invecchiare?»

Kenan non rispose.

Graves attese.

Una goccia cadde dall’alto, toccò la spalla del prigioniero e gli scese lungo il petto. Lui non si mosse.

«Ecco,» disse.

«Dov’è la tua metà?»

Kenan cercò di pronunciare la domanda senza guardarsi la spalla.

Graves abbassò gli occhi.

«Distrutta.»

La risposta gli arrivò tanto rapida che non ci credette.

«Come?»

«Come si distruggono le mappe.»

«Graves.»

L’uomo sollevò il viso.

«L’ho bruciata.»

Kenan lo fissò.

Gli tornò in mente la carta piegata, il peso del diario contro il petto, una scialuppa che si allontanava troppo lentamente. Si era portato dietro quelle cose quando non aveva più quasi niente. Si era fatto incidere la mappa sulla pelle perché nessuno potesse separarlo da lei senza prendersi anche il resto.

«Tu l’hai bruciata.»

«Sì.»

«E non potevi…»

Si fermò.

Non poteva nemmeno muovere le mani.

La frase rimase lì, orribile.

Graves non lo aiutò a finirla.

Adam guardava il prigioniero con un’attenzione diversa. Kenan lo notò perché non aveva più quell’espressione educata che usava quando voleva ottenere qualcosa. Sembrava in ascolto.

Graves se ne accorse.

Per un istante si guardarono.

Poi l’uomo chiuse gli occhi.

«Non è rimasto niente da trovare,» disse.

Adam abbassò il mento.

Kenan spostò lo sguardo dall’uno all’altro.

«Che cosa state facendo?»

Graves riaprì gli occhi.

«Sto cercando di impedirti di passare il resto della vita in una stanza peggiore di questa.»

La guardia comparve sulla soglia.

«Avete ancora poco.»

Kenan si voltò troppo in fretta.

«Possiamo pagare.»

L’uomo lo guardò.

«Avete già pagato.»

«Per il rilascio.»

La guardia non rise.

Fu quello a chiarirgli la situazione.

«La visita è stata concessa. Il resto non è in discussione.»

Adam fece per parlare, poi scelse di non farlo.

Kenan sentì montare una rabbia pulita, comoda. Avrebbe potuto usarla. Sapeva esattamente dove avrebbe tirato il primo colpo, se avesse avuto ancora le pistole.

Graves gli chiamò il nome.

Aspettò che si voltasse.

«Sei venuto qui con la tua faccia?»

Kenan lo guardò senza capire.

«Ti hanno chiesto chi eri?»

«Avevamo un permesso.»

«Non è quello che ti ho domandato.»

Il silenzio di Kenan fu sufficiente.

Graves espirò lentamente.

«Crow sa aspettare. Se non riesce a farti prendere una strada, mette qualcosa che vuoi in fondo a quella strada e vede se ci vai da solo.»

Kenan sentì la guardia muoversi dietro di lui.

Non si voltò.

«Tu pensi che…»

«Penso che tu debba smetterla di aiutare la gente che ti vuole catturare.»

«Dovevo lasciarti qui?»

Graves guardò Adam.

«Portalo via quando comincia a fare quella faccia.»

Kenan fece un passo avanti.

«Non parlargli come se non ci fossi.»

Graves tornò su di lui. Per la prima volta gli sparì anche l’ultima traccia di sarcasmo.

«Allora ascolta quando parlo a te.»

Il rimprovero lo colpì con una familiarità quasi intollerabile.

Sulla Stormbreaker, quella voce aveva significato che stava per imparare qualcosa. Qui significava che il tempo stava finendo.

Gli fece bere ancora.

Poco rum. Graves lo tenne in bocca un momento prima di inghiottire.

Kenan rimise il tappo e cercò la sigaretta che aveva portato. La trovò piegata in una tasca interna.

«È un po’ schiacciata.»

«Anche io.»

Provò a sorridere.

Non gli riuscì bene.

Sistemò la carta con le dita, la mise fra le labbra dell’uomo e l’accese. Dovette proteggere la fiamma da una corrente che saliva attraverso la cella.

Graves aspirò.

Il tabacco coprì per pochi istanti l’odore della stanza.

Kenan rimase a guardarlo. C’era qualcosa di incongruo nel vederlo fumare senza mani, nel modo in cui teneva la sigaretta da un lato per non bagnarla. Gli sembrò di riconoscerlo più chiaramente adesso che durante tutto il colloquio.

«La bottega,» disse.

Graves lo guardò da sopra il fumo.

«Che cosa?»

«Avevamo detto che forse avremmo aperto una bottega.»

Gli sembrò una cosa stupida da ricordare lì.

Una stanza con un banco. Attrezzi appesi a una parete. Gente che entrava per comprare armi e usciva lasciandole scariche. Quando ne avevano parlato, Graves aveva trovato qualcosa da ridire perfino sul nome.

L’uomo inspirò piano.

«Tu avresti fatto credito a tutti quelli con una bella storia.»

«Non è vero.»

«Ti avrebbero fregato entro un mese.»

Kenan abbassò la testa. Rise senza riuscire a impedirlo.

Quando la rialzò, Graves lo stava ancora guardando.

«Non ti ho tirato fuori da quella nave per riaverti qui dentro.»

«Lo so.»

«Voglio sentire parlare di te, ragazzo. Da gente che non abbia un mazzo di chiavi alla cintura.»

Kenan annuì.

Graves sembrò cercare un’altra battuta. Non la trovò, oppure decise che non serviva.

«Ti voglio bene,» disse. «Come a un figlio.»

Kenan sentì il proprio respiro fermarsi a metà.

Avrebbe saputo rispondere a un insulto. A un ordine. Perfino a una richiesta impossibile.

«Anch’io,» disse.

Gli uscì troppo piano.

Graves lo sentì.

«Bene. Adesso vai.»

Sulla soglia Kenan si voltò.

Graves aveva chiuso gli occhi, la sigaretta stretta all’angolo della bocca. Per un momento sembrò semplicemente stanco.

«E niente sciocchezze,» aggiunse senza guardarli.

Kenan non promise.

Salì i cinque gradini.

Il gigante spinse la porta. La pietra gli nascose prima il corpo, poi il viso. Rimase una striscia di luce, abbastanza larga perché Kenan potesse ancora vedere il pavimento della cella.

Infine si chiuse anche quella.

La guardia girò la propria chiave.

Il gigante girò l’altra.

Kenan ascoltò entrambi i rumori.

Gli restituirono le pistole.

Controllò le camere per abitudine, passò un dito sul bordo di una canna e rimise le armi al loro posto. Il coltello venne dopo.

La guardia dell’ingresso spinse la cassetta vuota sotto il banco.

«Tutto?»

Kenan annuì.

Uscirono.

Sul ponticello il vento gli asciugò il viso e soltanto allora si accorse di quanto fosse sudato. La statua della sacerdotessa di Besmara tendeva ancora il dito verso i morti appesi al muro.

Adam gli camminava accanto.

«Non l’ha bruciata.»

Kenan rallentò.

Adam continuò a camminare.

Lui lo raggiunse.

«Che cosa?»

«La mappa.»

Kenan aprì la bocca. Adam gli prese il gomito, con una pressione leggera e precisa.

«Continua.»

Attraversarono l’ultimo tratto del ponte.

Sulla terraferma un uomo spingeva una carriola carica di conchiglie. Due facchini si stavano insultando accanto a una pila di casse. Kenan li guardò tutti, cercando di capire se li avesse già visti entrando.

Non ne era certo.

Adam aspettò di avere il rumore del porto attorno prima di avvicinarglisi all’orecchio.

«L’isola degli Occhi Vuoti. Un forziere, ai piedi di una grande roccia ad anello.»

Kenan non girò la testa.

«Te l’ha detto lui?»

«Mi ha lasciato ascoltare.»

Camminarono ancora.

La rabbia che aveva provato nella cella gli cambiò forma. Graves gli aveva mentito davanti agli occhi e lui aveva sentito soltanto l’offesa. Adam aveva capito.

Serrò la mascella.

«C’è altro?»

«Credo che abbia lasciato qualcosa anche per te. I suoi giochi di parole non erano casuali.»

Kenan ricordò la bottega. Gli attrezzi. Le pagine del diario piene di misure e disegni che non era ancora riuscito a trasformare in niente.

Guardò indietro.

Il Gavone era già nascosto in parte dagli edifici, ma si vedevano ancora le gabbie.

Adam gli lasciò il braccio.

«Aveva ragione sulla trappola.»

«Lo so.»

«Kenan.»

«Ho detto che lo so.»

Si fermarono a un incrocio per lasciare passare un carro.

Kenan abbassò gli occhi sulle proprie mani. Sentiva ancora contro il palmo la nuca di Graves, troppo calda, e il peso quasi inesistente che vi aveva appoggiato per bere.

«Dobbiamo tornare dagli altri,» disse Adam.

Kenan annuì.

Il carro passò.

Ripresero a camminare verso il porto.

Dopo qualche passo Kenan infilò la mano nella tasca dove aveva tenuto la sigaretta. Gli erano rimaste delle briciole di tabacco. Le tirò fuori senza sapere perché e rimase a guardarle sul palmo.

Poi richiuse la mano e accelerò per raggiungere Adam.

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